diari ascolani
venerdì 12 luglio 2013
giovedì 11 luglio 2013
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LA MIA CITTA’
Quando provo a immaginare la mia città mi
sembra di strattonare un vecchio gigante in letargo, un Titano in pensione che
dorme da molti secoli e che svegliandosi né si stira, né sbadiglia; vuol rimanere
ad occhi chiusi e continuare nel letto caldo a sonnecchiare.
La mia piccola, minuscola città è
pigra e indolente, come quei ragazzi la cui madre un po’ rompiballe
puntualmente, ogni mattina, anche di domenica, sadicamente li sollecita ad
alzarsi.
Un grande paese e insieme un sogno antico
dentro una visione di pietra; case costruite con infiniti piccoli blocchi in
travertino: conci è il termine giusto
con cui si chiamano; sbozzati a mano nel corso dei secoli da innumerevoli solerti mani callose.
I monti che circondano Ascoli
mostrano senza pudore le vecchie ferite: sono le cave; angoli di montagna
divorati nel tempo da eserciti di spaccapietre; per secoli, hanno rosicchiato
come topi la pietra per farne poi i conci
da costruzione.
Questo è il luogo dove sono nato.
Il centro storico è un dedalo di
piccole vie che chiamate con il termine: ‘rue’;
una sorta di culla fatta di conci di travertino cangiante il cui colore nel
tempo si tinge d’ambra fino a virare al bianco spento.
Le
rue: rughe lunghe che solcano la parte vecchia si snodano sotto i nostri
piedi; viuzze fresche d’estate e umide di medioevo dove l’odore delle cucine si
mescola all’aria della mattinata, malinconiche e tenere in inverno quando la neve
riesce ad entrare nelle strette fessure tra i tetti ed ammanta i ciottoli di fiume
che le fanno da tappeto.
Dopo la nevicata ogni luogo
affascina e ci intenerisce, così io la mia città, la immagino così: coperta di
neve.
Qui anche la Storia , l’intima compagna
del gigante, è rimasta a sbadigliare tra queste mura, distratta e pigra, l’aria
è zuppa di tempi andati e percepisci l’odore del passato attraverso il legno
marcio delle porticine, sa della muffa umida e della peste che su queste mura
di pietra è venuta a bussare in più occasioni durante i secoli.
La patina delle epidemie si percepisce
ancora; sui battenti dei massicci
portoni e sugli affreschi delle numerose chiese romaniche che, ad ogni
passaggio di morte, venivano graffiati via per far posto a nuovi colori, nuovi
santi di rosei incarnati e madonne regali dipinte all’uovo sull’arriccio umido
purificato dalla calce.
Il tempo qui è un intruso: tra
l’altro poco puntuale e, nonostante il lento ritardo, è ritroso e non vuole mostrarsi,
preferisce nascondersi stratificato nelle storie degli anziani, storie antiche rimaste
sempre vive attraverso i loro racconti.
Storie dirette, semplici, narrate
senza colte intercessioni di parole ricercate.
Io così ho conosciuto la mia città,
attraverso le immagini raccontate da mio padre, da mia madre, soprattutto da
mia nonna.
Fiabe surreali, inverosimili,
spacciate per autentiche e di cui non sono sicuro della loro veridicità, poco
mi interessa, in quanto sono state comunque
il pane che ha nutrito la mia immaginazione.
Scene che ho sfiorato e veduto
attraverso la dilatazione della mia ingenua rètina che percepiva e sognava, una polvere depositata sulla mia
pelle, come un abito che ha messo in luce la mia identità e insieme anche alimento per le mie radici.
vissuti come i santi da calendario,
aliti raggrumanti dei
venti del tempo
che donano nome alle cose
per perderne poi
la memoria
dispersi dentro il
monolocale di una stella.
uomini saccenti,
silenziosi, sciocchi, pii
verniciati d’arte
e di pensieri.
Uomini indifferenti allo sguardo di un
passero.
MIA NONNA E LA “STENDECHINA”
Mia nonna paterna era molto conosciuta in
città: un vero personaggio. Erano in molti a servirsi da lei, compravano frutta
e cacciagione dal suo banco.
Lei insieme a tanti altri
venditori animava il “mercato delle erbe”, collocato entro il monumentale chiostro
della chiesa di San Francesco.
Un vociare di dialetti,
contrattazioni, odore d’uova e di galline, bestemmie e saluti fraterni tra i
venditori che già dalla notte prima erano giunti dalle campagne intorno ad
allestire il bancone.
Lei, Isolina, era della città,
abitava nel cuore, nella piazza centrale,
la più importante.
Dall’ aspetto appariva come una vecchia matrona ottocentesca.
Aveva perduto i denti ma
masticava frutta secca tirandone fuori i gusci dalle gengive vive.
Il suono della sua voce, un
vocione da uomo, profonda e cavernosa, riusciva ad evocare magicamente i suoi
tempi e l’Ottocento diventava per me un affresco entusiasmante e suggestivo; le
foto d’epoca prendevano vita con personaggi e storie, situazioni che potevo
sfiorare con le dita, grazie alla sua capacità di narrare.
Tra i suoi racconti, che lei, a mia
richiesta, srotolava tra parole sibilate, biascicate tra le gengive e la
lingua; la quale prendeva il posto dei denti, ce n’era uno che mi affascinava e
suggestionava particolarmente ed era quello della ‘paura’ o,’stendechina’: così la gente chiamava
questo personaggio surreale navigante ai limiti della leggenda incredula.
Narrava lei di viaggi notturni
sui carri, insieme ad altri commercianti di frutta. Partivano a notte fonda verso
campagne lontane lungo la secolare strada Salaria, per tornare poi all’alba, a
inizio mercato, carichi di primizie fresche da vendere.
Una notte volle che la compagine
si incontrò con lo spettro di donna altissima: più di tre metri d’altezza; la famigerata
Stendechina, di cui tutti ne raccontavano storie ma pochi realmente avevano vista.
Raccontava Isolina che la donna si muoveva
lentamente verso di loro, silenziosa, librandosi nella luce lattiginosa della luna,.
Gli astanti tremanti, con gli occhi spalancati e sottomessi dalla paura alzarono
subitamente le mani nel segno della croce, e lo ripeterono tre volte come la
regola esorcizzante dettava, contro presenze luciferine e terrificanti.
La formula sussurrata dalle donne
era un antidoto che veniva tramandato da generazioni, solitamente e segretamente
da madre in figlia ed era una delle tante risorse contro l’insondabile, il
misterico maligno.
Così anche la pratica di
scacciare l’invidia che mia nonna e
mia madre, eredi segrete, esercitavano. Era un rito di litanie incomprensibili
e sussurrate che le donne giunte ad età avanzata decidevano di tramandare a figlie e nipoti femmine.
Altro inspiegabile accadimento
narrato di quelle notti di viaggio al chiaro di luna, è una storia diversa ma
dello stesso sapore ed effetto: quella dell’incontro con lo spettro di una
bambina. Secondo le testimonianze di chi abitava nel posto e di chi già sapeva;
in un punto della strada molti anni prima vi era morta una bambina. Anche qui,
lo sbigottimento della povera compagnia imbattutasi con l’ètere della bianca
anima in pena, fu alleviato dalle orazioni funebri sussurrate in aiuto del
piccolo spettro, il quale per incanto scomparve dal ciglio della carrettiera,
non prima però d’aver accennato un saluto con la mano insieme ad un sorriso
riconoscente.
foto di mia nonna: "Isolina" nel chiostro di San Francesco
foto di mia nonna: "Isolina" nel chiostro di San Francesco
Un’altra storia che persiste
ancora nei miei ricordi è quella della “gattarola”; un’altra fiaba, semplice, al
color seppia, come un dagherrotipo di fine secolo. Viaggi semplici, voli
d’Icaro che arricchivano l’immaginazione di un universo povero fatto di un
dedalo di vicoli in pietra.
Traversate oceaniche solo mentali, di chi
come me, era riuscito a vedere il mare solo da adolescente; già: perché il mare
distava una manciata di chilometri ma d’estate solo i benestanti sciamavano
verso le spiagge e per me e quelli della mia casta che facevano i conti con le ristrette
possibilità, il massimo della villeggiatura era la riva del fiume Tronto che
poi d’estate si animava di gente come noi i meno agiati.
La caverna da dove uscivano le storie era
la voce di nonna Isolina, l’inflessione si caricava di profondo e di antico e a
volte si infarciva di risatine sornione. La storia iniziava nel momento in cui
la mia attenzione arrivava al massimo e si riempiva della sua presenza.
Lei astutamente pizzicava la mia curiosità, la colmava di una lunga
attesa e leggeva dai miei occhi fissi, inebetiti e la bocca semiaperta il
momento dell’incipit del racconto.
Premessa:” la gattarola” è un buco tondo dal diametro di circa quindici
centimetri, si trova in basso, a lato dei vecchi usci di casa a pianoterra. Se ne scorgono ancora tra le stradine, sulle
porte ormai in disuso, sbarrate, consumate, tra legni marci e ragnatele. La
loro funzione era quella di permettere ai gatti di entrare e di uscire dalla
casa liberamente e di cacciare quindi pantecane ed ogni tipo di fauna vivente che
avesse potuto infestare cantine e umidi tuguri.
In uno di questi vicoli, in “Rua del cieco”,
abitava mia nonna con i miei nove zii; figli che lei crebbe tra stenti e
privazioni. Il suo sposo Biagio: mio
nonno, conosciuto solo attraverso i racconti, purtroppo morì ancora giovane ucciso dal vino e dalle
fatiche, un ictus lo stroncò in quella Piazza Roma, dove ora svetta goffa una statua
della libertà in bronzo circondata da quattro esili palme.
L’unica eredità che le lasciò mio nonno alla consorte Isolina fu appunto
una nutrita…solo nel termine però: batteria
di bocche da cibare.
“Rua del cieco”, così si
chiamava, ebbe in ospite durante un inverno fine ottocento, una raccapricciante
presenza; venne a vivere tra la piccola comunità della rua una megera.
Sempre sola e poco gradita ai più
in quanto scontrosa e sgradevole d’aspetto.
Brutta e ripugnante nei modi e
nelle fattezze; non la si vedeva mai in chiesa durante le ore della compieta.
L’arpìa a notte fonda dava sfogo
alla sua natura maligna e ai suoi intenti
introducendosi, attraverso le sembianze
di una gatta, nella casa di una giovane madre che accudiva una bimba in fasce.
La donna prima ancora di scoprire
la presenza della strega che ogni notte si introduceva di soppiatto, notò con
inspiegabile e preoccupante disappunto che la propria figlioletta dimagriva giorno
per giorno.
Cercò cause, ascoltò consigli e
pregò fino alla disperazione, inutilmente.
Affranta e sfinita e sempre più sospettosa,
fu consigliata e coadiuvata dalle anziane
della rua cominciò ad indagare, e lo
fece appostandosi, durante le notti successive, in un angolo buio della stanza
a guardia della culla con la bambina.
Accadde poi che, in una notte di
plenilunio, vide la gatta entrare dalla ‘gattarola’
e riversarsi sulla culla. Nemmeno lo scostare lentamente la tarlatana sopra la
culla dissuase la gatta a fuggire, che indisturbata e assetata come un vampiro,
continuò senza ritegno a succhiare la linfa della piccina e nel suggere esibiva
la danza compiaciuta e sinuosa della propria coda ritta.
Furibonda la donna armata d’un
matterello si scagliò sulla strega felina e infierì malamente con calci e
bastonate mettendola in fuga. Il fragoroso parapiglia svegliò gran parte di Rua del cieco e chi ebbe poi modo, nei
giorni successivi, di rincontrare la megera, notò e riconobbe su volto di lei i lividi e le ferite delle percosse e fu così che tutti non ebbero più dubbi sulla vera
natura della ripugnante vegliarda.
Poi, come la natura umana recita spuntarono
anche dei rimorsi e ripensamenti e in qualcuno si risvegliò la pietà, la voglia
di perdonare ed assolvere e per questo la demone non fu allontanata, né
alzarono pile da rogo, l’unica certezza è che non avvennero più incursioni
diaboliche nelle case.
I sabba finirono lì, in quel inverno di fine ottocento. Per cautela,
nel frattempo, le gattarole vennero tutte sbarrate con assi di legno e chiodi e
vennero tempi duri per i gatti che migrarono verso altri quartieri.
Il mercato dove mia nonna” spandeva” la
frutta, le verdure e la cacciagione è un luogo molto bello della città; un
trecentesco chiosco francescano ampio e monumentale con ancora il pozzo
centrale ed una fontanella in un angolo dove gente e piccioni spengono l’arsura
estiva.
“Isolina” era la decana dei
venditori, un istituzione, conosciuta e rispettata da tutti, dalla gente
semplice e dai notabili della città. Troneggiava regalmente in tutte le
stagioni dietro il bancone seduta sul suo sgabello, dove, sotto l’ampio vestito
nero: io sapevo segretamente, si nascondeva in inverno lo scaldino.
Lei lo riempiva la notte prima di
caricare i carri per il mercato, con l’ultima brace ancora calda del camino
spento.
Un faccione dalla pelle sempre fresca e
serica, la si percepiva al contatto del bacetto di saluto. Sempre avvolta,
anche d’estate, da un grande fazzoletto che si stringeva a nodo stretto sotto
il mento. Alla visita che mia madre insieme ai figli suoi nipoti le faceva, mia
nonna rispondeva immancabilmente con accorata donazione di uova fresche e
frutta di stagione. Io, mio fratello e le mie quattro sorelle contavamo molto
sul generoso sostegno che in nostro aiuto elargiva. Io in particolare, durante
la visita, ricevevo mezzi aranci” sani”, privati accuratamente della parte marcia.
Era il suo passatempo principale:
tagliare e recuperare le arance e la frutta marcia in genere, la vedevo infatti
sempre armeggiare con un piccolo coltello in mano.
A volte ricevevo da lei anche la cacciagione
che sapeva piacere molto a mio padre. Così tornavo a casa tenendo per mano mia
madre mentre l’altra mano si scaldava con il tepore delle piume nella tasca del
cappotto.
dopo il mercato restano
foglie e bucce marce e la coda di febbraio.
gronde di muschio e gli occhi appannati
sulla cassetta di pioppo.
Il lento pomeriggio rallentato nell’attesa
della messa del
crepuscolo.
MIO PADRE
Mio padre aveva una bicicletta, solida,
robusta, nera, la teneva sempre in ordine, oliata e pulita. Era una bella
figura Antonio, mio padre; e tra le vecchie foto, l’immagine a cui affido di
più il ricordo di lui, la più bella in assoluto, è quella in cui passeggia
elegante con il suo borsalino inclinato leggermente sulla destra della fronte
e con la mano che tiene la bici, di lato il manubrio.
Quello credo sia stato un giorno
di festa ed il luogo preciso si intravede riconoscibile, è il centro della
città e per l’esattezza la
Loggia dei Mercanti, nella piazza più importante della mia
città, luogo dello struscio e del pettegolezzo.
Un bell’uomo libero, fiero e festoso,
dal sorriso raggiante e scanzonato, uno che non lascerebbe mai presagire essere
marito di una moglie scontenta e padre di sei figli da nutrire.
Io l’ultimo arrivato, cercavo le
sue attenzioni ma ne ricevevo, per sua leggerezza, poche.
Però lo ammiravo per il suo
passato.
Dai pochi racconti che riuscivo
ad ascoltare, nei momenti di generosa esuberanza, o da mia madre quando lo
riconosceva come maschio, come capofamiglia, approfittavo per tessere il mio
puzzle.
Plasmavo il mio modello in quei
momenti, ed anche le sue latitanze e i suoi vuoti acquistavano dimensione,
alimentavano le sue virtù, delineavano il modello.
Non lo conoscevo poi così bene,
eppure avrei voluto saperne di più su di lui. Spesso mia madre, quando lui non
c’era, lo biasimava, lo screditava agli occhi di noi figli, e aveva ragione, per
la sua assenza e per quel disinteresse che lo investiva di pavidità e
menefreghismo; ma questo giudizio è stato lungo ad arrivare; l’ho maturato in
età adulta, quando ho riscoperto, riconosciuto il lato concreto della donna che
era mia madre.
Sotto casa vi era, circondato dai grandi palazzi
popolari costruiti nel ventennio fascista, un enorme piazzale sterrato coperto
a chiazze d’erba. Era lo spazio di una piccola comunità di ragazzi, un regno a
se stante, la nostra Via Paal ,
territorio dove il gioco e l’amicizia riempivano lo schermo in cui noi
crescevamo, la scuola vera dove si imparava ad entrare nell’esistenza.
Si imparava tutto lì, in quella campitura
d’infanzia, lì dove la stesura del colore dell’adolescenza restava gesto e
memoria per l’adulto che diveniva. Lì sul quel “piazzale” ho imparato ad andare
in bicicletta. Abbastanza tardi per un bambino, o meglio, diciamo che la mia
bassa autostima mi diceva che la tabella di marcia del mio crescere, per quel
motivo, era in ritardo.
Fu Riccardo, il mio amico fedele
e compagno di scuola a colmare la mia
frustrazione di bambino. Subito dopo imparato a pedalare, mio padre mi concesse
l’inaspettata fiducia; in verità ne rimasi stupito: mi permise di prendere la
sua “Bianchi”.
Cominciai così a far uso del suo
“cavallo”. Stringere quei freni a stecca
fu un modo per divenire grande, sicuro, facevo parte della tribù e quella
bicicletta era diventata la proiezione della forza del padre. Assaporavo il
dono della piccola velocità, del vento che asciugava il sudore sulla fronte nei
pomeriggi d’estate e percorrevo in lungo ed in largo il Viale Federici .
Dopo il pranzo, le ore della sua
pennichella cominciava la mia libertà. L’eccitazione partiva con lo schioccare
della chiavetta che scattava dentro la serratura, come una tagliola ben oliata
e via! …libero di pedalare, di espatriare verso quartieri della città da
scoprire, di attraversare l’orchestra delle cicale di Viale Vellei, nella canicola pomeridiana d’agosto. Poi al suo
risveglio la bicicletta doveva essere lì, in ordine, e non mi era concesso il
ritardo, perché lui sarebbe andato al bar, immaginavo a bighellonare o a
giocare al biliardo.
Che mito quella ferraglia pesante!
E che bello il logo della “Bianchi”, quei caratteri Liberty oro su nero! Oro su
nero come sulla macchina da cucire “Singer” di mia madre. La differenza sostanziale era però che la Singer non rendeva libera mia madre e ahimè non le
permetteva di fuggire dai problemi familiari, anzi la obbligava a cucire per le
nostre necessità incombenti.
Antonio, suo marito era così.
Un giorno danneggiai un pedale
cadendo sulla strada, ero disperato per la paura del rimprovero, timoroso di
perdere la sua fiducia e la concessione della bicicletta.
Lui sembrò non accorgersi e tutto
continuò come prima. Io, in seguito, divenni più esperto, disinvolto e
smaliziato perché cominciai col frugare nei suoi pantaloni quando dormiva. Trovavo
la chiavetta rubavo la bici; ormai non chiedevo più la chiave, forse per
concedermi più tempo, forse per non ingelosirlo troppo della sua ricchezza, o
magari era solo per il piacere di sentirmi un po’ più grande, più padrone. La
verità è che stavo crescendo, crescevo e lo si vedeva dal modo con cui esibivo
la bicicletta, come un’eredità già acquisita.
I ricordi più significativi solitamente sono
quelli che hanno disegnato la nostra anima, basterebbero essi da soli a farci
da specchio, ad identificare il viaggio di noi stessi che è stato e che verrà.
Sono visioni ricche e permanenti.
Cifre della nostra identità, quelle che dovremmo sigillare bene dentro le
pagine dei nostri quaderni e tirarle fuori quando disagi e confusioni ci
frantumano, quando ci perdiamo alla ricerca disperata di spiegazioni. Si
risparmierebbero belle porzioni di esistenza, di tempo e soldi in sedute di
analisi, se ricordassimo quelle visioni trascritte sui quaderni: basterebbe
solamente riaprirli ogni tanto.
Su quest’argomento ho un ricordo vivido
del giorno in cui lui, mio padre mi portò con se, una delle pochissime volte.
Una brevissima passeggiata prima
del tramonto fino all’osteria della Sora Bice, un centinaio di metri da casa.
Si trovava in un giardino sotto
un fresco pergolato di vite e si accedeva da una cigolante porta di vetro a due
ante. Il locale a piano terra odorava di umido e di vino ed era pressoché
spoglio, sulla parete, dietro il banco della mescita, dei piccoli cartelli di
lamiera sbalzata che pubblicizzavano l’unica birra di allora, sopra ancora, un piccolo
lumicino votivo sotto un volto di un Gesù marrone di nicotina.
Quel pomeriggio non c’era gente,
era ancora presto e la frescura della cantina dava sollievo.
Lui ordinò una birra per se ed un
chinotto San Pellegrino per me.
Tutto qui. Quel giorno mio padre
fu mio e non c’era mai stato prima un “noi due”.
Così mi raccontarono.
Mi dissero poi che mio padre lo
affrontò per gelosia, lo redarguì e lo percosse colpendolo con un pugno, e nacque
la leggenda delle iniziali sull’anello d’oro di mio padre stampigliate sulla mascella
del perdente e sfortunato pretendente, storia fece il giro della città.
Il signor Mazzanti non aveva
fatto i conti con gli anni di lotta greco romana che mio padre vantava nel suo
diario di vita vissuta. La A
e la F restarono
sul suo viso per parecchio tempo ed erano l’impronta dell’ ”americano”, così
veniva chiamato mio padre.
L’AMERICA
Antonio Fazzini partì verso l’Argentina
nel 1920, anzi verso l’America… quando ancora, per la carente alfabetizzazione
dei più, non si sapeva che di Americhe ce ne fossero due una del nord ed una
del sud.
Quando ancora non si conosceva di
quanto fosse grande e profondo l’oceano, poiché in pochi avevano visto il mare e
ancor meno l’oceano, e come nella storia buia e antica era il luogo immaginario
di insondabili paure, di gorghi e di mostri.
Primo di nove figli, appena
diciottenne, respirò l’aria salmastra e vide i delfini per quaranta giorni, da
Genova a Buenos Aires. Nell’unica sosta in brasile dove la nave fece scalo, mio
padre scese sulla banchina e al primo uomo di colore, che probabilmente vide in
vita sua per la prima volta, si accertò chiedendo se quelli erano gli Stati
Uniti; l’uomo annuì dicendo:
– Estados Unidos Do Brazil!
Così mio padre credette di essere
arrivato negli Stati Uniti d’America…tralasciando il dettaglio significativo di
quel: Do Brazil!
L’America insomma era lì, era
quella.
Stava invece navigando in
direzione dell’Argentina.
La ‘Boca’
povera e sensuale, intanto l’attendeva e il lamento tanghèro di Gardel l’avrebbe accompagnato per dieci lunghi
anni. Il porto immenso di Buenos Aires lo accolse insieme agli emigranti come
lui sulla banchina di smistamento emigranti, accalcati e malinconici con ancora
negli occhi l’Italia, la patria, i casolari dagli intonaci bianchi, quel
paradiso obbligati a lasciare fatto di ulivi e di presepi e canzoni e le
litanie cantate sul bastimento erano catturate pietosamente da quei grandi
batuffoli di nuvole sull’oceano già distante.
Le famiglie strette ai bagagli continuavano
a guardarsi intorno, il loro sguardo perso nel mistero di un mondo nuovo era accompagnato
dai vapori del porto, dai flautati richiami delle navi lontane e dalla
ferraglia delle ancore scatenate che con clangore si tuffavano nella nafta del
mare.
La grande città con i suoi
giovani e grandi palazzi sedusse il giovane Antonio, edifici che facevano eco
all’Europa liberty, i teatri ed i caffè all’aperto nelle grandi Avenide gli fecero senza dubbio sentire
sulla pelle la libertà e la bellezza vellutata delle creole gli accese la
voglia di vivere.
S’accorse che il tempo e la vita
si sovrapponevano e nessuno dei due derubava l’altro, come due amanti complici che
sanno di non far male al mondo, che corrono sui denti di un sorriso che credono
non finirà mai.
Il pensiero intanto della patria,
dei fratelli e della madre riaffiorava sempre più flebile e si accontentava di scrivere
lettere sempre più corte, più povere di racconti, più ricche di denaro che
riusciva ad inviare a casa.
Antonio, dopo poco sbarcato trovò
subito lavoro potendo così già disporre del necessario per vivere alla grande
lui e anche per far sopravvivere la numerosa famiglia lontana.
Era un bell’uomo e la prematura
calvizie non lo privò del fiero e imponente fascino che continuò sfrontatamente
a vendere.
Le stelle della cruz do sul incantate, che si
riflettevano tremolanti nel Rio della
Plata, trasognarono sorridendo di fronte alla voglia di stare al mondo di
quel ragazzo Italiano, quel sorriso scanzonato che portava con se il profumo
elegante dell’Europa.
Mia madre raccontava con vanto e con vena
sottile di femmina fortunata che al suo
ritorno in Patria, “l’americano” esibiva sulla sua valigia vissuta di cartone
parole d’amore e d’addio scritte con una
matita lapis dalle piccole mani di una ballerina mulatta sconosciuta e conosciuta
poi in seguito come “La venere nera” Colei che divenne l’astro esotico e
l’immaginario erotico di mezzo pianeta: la celebre Josephine Baker che danzava e
cantava sulla musica di melodie caraibiche vestita di un succinto gonnellino di
banane.
Ripercorro la sua storia come in un film e un
flash che scorgo veloce mi porta a molto tempo dopo, quando di fronte a lui
agonizzante in ospedale i medici poggiati sulle sbarre bianche del letto i
medici decisero di amputargli una gamba.
Sotto il ginocchio era partito il
cancrena e fu quel intervento che lo condusse alla morte.
Io m’incaricai di prelevare e non
capisco come feci ad armarmi di tanta determinazione, l’arto amputato e di officiare
per esso un regolare funerale come la legge prescrive.
Ricordo con straordinaria visione
il momento in cui presi il pacco di carta verde, sotto nell’obitorio, sentii la
sua morbidezza, il suo peso. Stava poggiato in mia attesa sul tavolo in marmo.
La mano mia, prese la gamba per porla in una cassetta in legno e fu in quella
circostanza che ripercorsi insieme a lui le strade di Buenos Aires. Quanti
passi di primo Novecento che aveva calcato e l’Argentina poi, che gli era
rimasta così cara nel cuore.
Quelle visioni stavano tutte lì,
dentro l’irrilevante pacco di carta verde.
I nostri cari tornano in alcuni momenti, a
volte lo fanno magicamente sulle ali dell’impalpabile, del non definibile,
coincidenze, accadimenti che inequivocabilmente hanno il suono, l’odore della
loro presenza. Messaggi scritti ad arte, con caratteri ancora non tradotti e
noi, solo noi sappiamo di essere gli unici, esclusivi e consapevoli
destinatari. Sentite questo sconcertante episodio che ho vissuto un decennio
dopo la dipartita di mio padre, L’età in cui morì era di anni settantasei.
Arrivò a casa una lettera, indirizzata a
me, da parte di uno sconosciuto mittente, era del nord Italia, mi sembra di
ricordare. Questo signore si era fatto portavoce di un’anziana donna originaria
di Palma de Majorca in Spagna, da lui conosciuta durante le vacanze, in quanto
proprietaria dell’hotel in cui aveva soggiornato.
Sentite ancora: aveva avuto
l’incarico per conto di lei, di cercare tra gli elenchi telefonici il nome di
mio padre presso un indirizzo senza numero, lei ricordava solo: Via della vite
– Ascoli Piceno. La lettera portava infine i saluti per mio padre, ritenuto in
vita.
Premessa interessante è che io
all’indirizzo corrispondente, quello dove lui aveva abitato fino intorno agli
anni 20’ ,
ero tornato insieme a mia madre per puro caso, avendo acquistato una casa in
Via della vite, senza cercare o volere, nessun collegamento con il passato di
lui o con le mie radici.
Sapevo solo vagamente che in
quella via mio padre era vissuto insieme alla famiglia, ma non sapevo
esattamente il numero civico.
Pura, magica casualità.
Nella lettera, il gentile
intermediario spiegava che l’anziana signora, di origine argentina, le aveva
raccontato che ancora adolescente aveva conosciuto un gruppo di emigranti
italiani tra i quali c’era anche mio padre.
I giovani emigranti europei
frequentavano un piccolo ristorante, gestito credo dai genitori della donna.
Tutto era rimasto con doviziosa
memoria nel cuore di questa anziana signora, conservato tra i suoi ricordi: un
nome e un indirizzo; per tutta la vita; non aveva perso il filo da riannodare,
fino al tramonto della sua esistenza.
La coincidenza della tenera
storia mi colpì molto, incuriosì anche mia madre, allora ancora in vita e che
ne rimase intenerita.
Scrissi successivamente all’anziana
signora dell’isola di Majorca, una lunga lettera con tutte le notizie sulla persona
che fu mio padre. M’accorsi poi, dalla lettera con cui mi rispose, che rimase
molto consolata dalle mie parole, da quello che le scrisse il figlio di colui
che sarà stato forse, quasi un secolo prima, il primo amore.
Il nostro epistolario fu breve.
Fù così che aggiunsi all’affresco di mio
padre qualche ‘giornata’in più,
grazie all’amore ormai svelato di un emigrante per una piccola adolescente argentina dentro la scena di un chiassoso ‘barrio’
di Baires.
IL CINEMA “ROMA”
Un po’ più giù dell’osteria della “Sora
Bice”, c’è una grande costruzione in mattoni e marmo grigio. Era ed è tuttora
chiamata G.I.L. , da Gioventù Italiana
Littorio, un edificio rozzo ed ingombrante che durante il ventennio aveva
funzione di parco formativo delle giovani camice nere.
Io per pura disfasìa anagrafica e
fortuna venni alla luce qualche anno dopo, dopo che i grandi fasti dittatoriali
scomparvero, fortunatamente insieme alle miserie della guerra, azzeccai il
momento giusto per nascere e non entrai, grazie alla fortuna, a far parte
dell’esercito eroico dei martiri per l’impero.
Nacqui all’inizio del decennio
successivo la guerra, nella fase della ricostruzione dell’Italia.
Dalla zia d’america Clotilde,
sorella di mio padre, arrivavano dollari e pacchi di vestiti insieme a
barattoli di latte in polvere, tutto contribuì ad accogliermi nel pieno di una
rinascita.
Grazie quindi al destino ho conosciuto
la GIL per scopi
meno nefasti e celebrativi.
Frequentavo quindi la palestra,
il campetto del calcio e soprattutto il ‘Cine
Roma’ che era la sala di proiezione più periferica della città.
Quando penso al Cine Roma, il
primo ricordo che affiora è l’odoraccio nauseabondo con cui aspergevano la sala
per camuffare il puzzo ristagnante del fumo che, perditempo, pensionati e
coppiette di amanti furtivi, lasciavano condensare sui grigi marmi cimiteriali
con cui era rivestita internamente la platea.
Un pro-fumo copri-fumo così
intenso e vomitevole che avrebbe trasformato una cloaca in un campo di lavanda.
Al prezzo di sole cinquanta lire si potevano
vedere ben due film.
Io entravo appena apriva la sala,
nel primo pomeriggio e uscivo che già era buio. Poi mi precipitavo a casa per
la cena con la nicotina sul maglione, gli occhi gonfi, rossi e …Totò insieme a
Maciste ancora nella rétina!
Tra i ferventi frequentatori
della Sala Roma c’era un personaggio divenuto popolare, una macchietta storica
di Ascoli: ‘Barelò’
Costui era un personaggio molto
conosciuto in città, si raccontano simpatici aneddoti ed esilaranti storielle
su di lui, come per tutte le macchiette di provincia.
Faceva l’ambulante e vendeva, in
occasione delle feste nella città, liquidi dolciastri e di diverso colore
dentro piccole bottiglie a forma di biberon: attraenti ma imbevibili.
Su quel piccolo negozio-carretto primeggiavano
soprattutto bruscolini, lupini e paste piene di crema, probabilmente avariata,
lui li chiamava: bomboloni e quel termine
la diceva lunga.
Racconta un’aneddoto conosciuto
che un cliente tornò a lamentarsi – per giusta ragione - per aver trovato una mosca nella pasta alla
crema, lui lo redarguì dicendo in dialetto ascolano:
-…per cinquanta lire cosa pretendevi di trovarci
dentro?
Una coscia di pollo?!
Per “Barelò” ci sarebbero da stendere comunque degli elogi, in quanto lui con i suoi magri
guadagni riusciva a sfamare una famiglia numerosa di oltre dieci figli.
La famiglia Ritrecina.
Era facile incontrarla la sera al
Cine Roma, tutta congiunta o quasi tutta; occupavano, lui con moglie e figli,
una fila intera di seggiole di legno, al centro della platea. Facevano
tenerezza.
‘Barelò’, con voce altisonante e cadenzata commentava, durante la
proiezione della pellicola, le scene e poi intimava alla moglie di tirar fuori
la cena, a voce alta come se fossero stati a casa loro.
La moglie solerte scodellava
silenziosa enormi pagnotte ripiene che venivano rumorosamente divorate da tutta
la tribù e nel mentre “pasteggiavano” insieme rimanevano con gli occhi sbarrati
verso lo schermo anche nel momento dell’ingoio del bolo.
Il luogo di residenza della
numerosa famiglia era la‘Caserma Vellei’, un antico convento romanico che nel
tempo divenne caserma di Reggimento di fanti, oggi sminuzzata in piccole e
numerose unità immobiliari popolari.
Lì vi trovavano alloggio le
famiglie del ceto povero della città.
In quella sorta di ghetto ricevevano
battesimo i personaggi poco raccomandabili della città e a noi ragazzi leggermente
più benestanti, le famiglie ci vietavano di frequentare quella zona.
Qualcuno di questi apparteneva
alla numerosa figliolanza del personaggio “Barelò”e tra loro fece storia e si
distinse il primogenito “Rorò”.
Una mescolanza tra lo Zampanò di Fellini
del film “La strada” e l’uomo di Neanderthal. Lo si vedeva sfrecciare in città ad
ogni ora del giorno sulla sua ”ape”,,
mezzo con cui raccattava cenci e metalli.
Solitamente era facile presagire
il suo arrivo, osservarlo simpaticamente durante suo passaggio poiché si
preannunciava urlando:
- Bellòoooo!
Parlava e cantava a squarciagola
e quando, dopo l’ennesima scadenza di pena carceraria per l’accoltellamento di
una prostituta; per la quale era uscito di senno e d’amore, lo fecero uscire, pregò
le autorità addette per ricevere ancora ospitalità presso le patrie galere e
l’ottenne.
Non s’è più visto, dicono che sia
morto nella ultima mansione di cuoco all’interno del vecchio carcere nel Forte
Malatesta.
Il Cinema Roma diventava, sotto il periodo
della festa di Carnevale, sala per veglioni, io l’ultimo dei sei, seguivo le
mie quattro sorelle e mio fratello in queste feste coriandolate dove i “twist”
e gli “hoola Hop” prorompevano portando nuove mode “trasgressive” che segnavano
la nascita del boom economico. Perez Prado con le sue ”Ciliegie rosa a
primavera” mi instradava ai mambos adolescenziali
e insieme a Paul Anka con “Diana” mi infuocavano la voglia di crescere.
Gli anni passarono veloci al ritmo della cadenza dei Festival di San
Remo in Febbraio quelli sì che erano eventi significativi.
MANDUCCE
Barelò e la tribù dei Ritrecina hanno fatto epoca
nella storia della gente, una galleria malinconica e sorridente, fatta di
aneddoti, follia, maldicenze e racconti comici. Un almanacco di caricature
favolistiche ma realmente vissute.
Potrei citarne molti di questi personaggi talvolta surreali e poetici,
dotati ognuno di una precisa cifra umana.
Molti di loro vengono richiamati
alla memoria e, di bocca in bocca, di tempo in tempo, si perpetuano nel
ricordo.
Fanno parte di evocazioni apparentemente
insignificanti ma senza dubbio sono piccole luci votive che tengono viva la
nostra presenza sul prato del vivere, ci ricordano che esistiamo fino a che esse sono accese.
Io, tra tutti i personaggi di
quella policroma corte dei miracoli ne ricordo uno in particolare: il vero nome
era Armando, il cognome non so, però tutti lo chiamavano e lo ricordano ancora
con l’appellativo di “Manducce”.
In passato, ma credo ancor oggi tra le persone grette, la malattia
veniva vissuta dalla gente comune come una condanna divina. Gli infelici, li chiamavano così,
impietosamente: erano coloro che nascevano con qualche malformazione o che nel
corso della vita acquisivano.
Erano dunque condannati ad essere
portatori di deformità fisiche ma come se fossero stati per doppia e ingiusta condanna
ad essere anche portatori del verdetto punizione.
I gobbi, i nani, gli storpi, gli
sciancati, accendevano paure, erano presenze di disturbo; deplorati da Dio che
li aveva perseguiti e che li mostrava come monito alla comunità dei sani, a
titolo informativo sulle atrocità dell’inferno che spetta ai peccatori.
Io, terrò sempre vivo il ricordo
di “Manducce”perché mi ha fatto
scoprire il sentimento della compassione.
A causa di una tubercolosi alle vertebre, credo di ricordare, che da
piccolo aveva contratto; Manducce era rimasto piccolo di statura, pallido e
rachitico, ma soprattutto gobbo.
La sua grave condizione di
gibbosità, lo aveva reso scontroso e solo. La cattiveria dello scherno ripetuto
quotidianamente, da parte dei più contribuì a sottolineare il peggio di quello
che c’era in quello sfortunato mendicante malandato.
Lo rivedo ancora, appoggiato ad
un angolo di strada, sudato dentro un cappotto liso, pesante e riadattato, una
mano sul muro e l’altra sul bastone; riprendere il respiro affannoso dentro
l’ombra fresca di una estate afosa.
Manducce escludeva l’esistenza del codice dell’amore fraterno e
bastava anche un cordiale saluto, una frase gentile di un passante a scatenare
in lui una risposta vomitata con voce acida e metallica.
Già; sembrava che la sua cassa
toracica fosse una vecchia latta vuota che battuta emetteva la voce di un eco
secco, strozzata dentro l’imbuto della gola.
Noi ragazzi credevano con cattiveria
che la voce passasse prima di inveire
attraverso la gobba
Odiava il vivere e tutti i
viventi, per via del suo essere povero ed “infelice”.
Viveva dell’elemosina di poche persone caritatevoli, i quali in fondo lo capivano
e lo accettavano anche se i suoi piccoli occhi non rispondevano con gratitudine agli sguardi
pietosi.
Porgeva la mano prendendo gli
spiccioli mentre, farfugliando un ringraziamento masticato volgeva lo sguardo
cattivo dall’altra parte del prodigo passante.
I piccoli occhi prontamente vivi
e diffidenti, come una lucertola, sempre preparati a guardarsi alle spalle
dall’offesa, dal dileggio, sempre armati di malefica saetta.
Figurarsi le bande di ragazzini che animavano le strade ancor vuote per
quei tempi di automobili.
Per loro era il passatempo
gratuito a portata di mano.
Lo aspettavano puntuali per
scandire cori e ritornelli chiamandolo per nome, lo deridevano invitandolo allo
scontro.
Lui, accelerava il corto passo e
se irrimediabilmente assediato, circondato; brandiva il bastone e lo scagliava con
sorprendente precisione. Poi seguiva la recita del rosario di improperi verso le bande.
Manducce saliva su e giù le scale
di tutti i palazzi; lo incontravo fermo, sostare sui pianerottoli a riprendere
fiato e tossire rauco, ripetutamente, quasi a manifestare il suo arrivo.
Un suono di tisi gracchiava lungo
le scale e alle madri di famiglia correva un gelido rivolo di sudore lungo le
vertebre, tanto faceva paura ancora la
Tisi , benché fosse diventata già da tempo una malattia
curabile.
Suonava il campanello con
insistenza, non si poteva fingere l’assenza, proprio non ci si riusciva.
Ci rassegnavamo appena lo
scorgevamo già da dietro i vetri delle finestre avanzare nella via, in
direzione dei nostri condomini.
Era un mendicante e la regola
della carità voleva che anche noi, che poi non si era gran chè ricchi, dessimo
qualcosa a quello scorbutico personaggio.
Armando pretendeva denaro,
spiccioli magari, ma denaro corrente. Una volta ricordo vividamente, nelle
prime ore del giorno di una domenica di
primavera fece trillare il campanello diverse
volte. Sapevamo fosse lui e una delle mie sorelle gli aprì la porta con
fare generoso e con una grande fetta di pane cosparsa di marmellata,
offrendogliela.
Fu mia sorella Anna ad
accoglierlo e credo piacesse molto a Manducce,
lo si capiva dalla voce di lui che in presenza di lei mutava prendendo toni più
gentili e delicati.
Ma evitati i convenevoli mia
sorella rifilò l’elemosina alimentare al gobbo; poi giustificandosi con qualche
parola di rassicurante benevolenza chiuse la porta in faccia ad Armando, forse
con troppa irriverenza.
Tutto sembrava filato liscio,
quando dopo qualche secondo un tonfo echeggiò dentro nel corridoio, sembrava un
calcio, proveniente dalla porta d’ingresso.
Capimmo presto che il dono non
doveva essere stato gradito al questuante e anche la troppa fretta che mia
sorella aveva mostrato per liberarsene.
Curiosi accorremmo verso la
porta.
Sentimmo prima sotto il cortile un
lamento intraducibile di Armando che già, quasi fuori il portone, blaterava lamentazioni
incomprensibili.
Aprimmo la porta della nostra
casa e vedemmo, sullo smalto ocra chiaro di un’anta, la grande fetta di pane campeggiare
incollata, proprio sotto la targa in ottone lucidata a Sidol: Fam. FAZZINI.
Un alone rosso di marmellata la
incorniciava mentre cominciava a scivolare pian piano accelerando, fino a
cadere sullo zerbino.
L’irriconoscenza per quello che
fu per noi un gesto irrispettoso, non furono accettati con sensibilità e
chiudemmo per un tempo la porta al mendicante gobbo che sino ad allora era stato accolto sempre pietosamente.
Come tutti aggiungemmo distanza
tra noi che eravamo il mondo e l’infelice.
Per qualche anno Manducce non fu
visto e non l’incontrammo più.
Recentemente ho sfogliato un libro
d’arte: una raccolta di foto in bianco e nero; vecchie istantanee e ritratti di
personaggi, di gente.
C’era mia nonna Isolina,
Barelò e anche Manducce.
Dentro una serie di immagini drammatiche di reportage che
documentavano l’ ospizio cittadino detto “ de li peveritt” – dei poveretti - in
una foto, molto contrastata, Armando appariva disteso malato su di un letto:
fissava l’obiettivo con lo stesso malanimo di sempre.
Dietro, come sfondo, i letti di corsia di un cronicario finale,
con altre vite come la sua in attesa di quella luce che, durante il suo
esistere, non si era accorta di lui.
Ogni città o paese porta con sé il suo
santo protettore, Ascoli, il mio paesone, è proprietà di un santo molto
venerato, Sant’Emidio da Treviri ,
martire delegato al compito di
intercedere presso la dea Tellure.
In pratica è il santo che ci
dovrebbe proteggere dal pericolo di restare seppelliti sotto le macerie nel
caso di un terremoto.
Un grande incarico protettivo
quindi, esteso a tutti gli abitanti, soprattutto ai credenti fedeli del santo.
Dalle nostre parti, si contano
molti seguaci e confraternite devote al santo e in qualsiasi posto del mondo vi
troviate, incontrare una persona dal nome Emidio, vuol dire senza margine di
dubbio, imbattersi con qualche provenienza figliare partita da questa terra.
Emigdius proveniva da Trier (Germania) e fu tra i primi evangelizzatori
cristiani locali dopo la caduta dell’impero romano.
Battezzò in questi luoghi
Polisia, figlia di un console romano e per quei tempi, l’impudenza gli costò la
decapitazione.
Fu durante l’esecuzione che si
manifestò il miracolo, una sorta di performance Houdiniana: Emidio da Treviri
raccolse la propria testa mozzata e andò a morire, deambulando, un po’ più
lontano, altrove, nella campagna, dentro una grotta in tufo.
Sul luogo, per devozione al
patrono e grazia ricevuta dopo l’ennesima epidemia di peste superata; fu
costruita intorno al 1700 una preziosa chiesetta barocca, quella denominata “Sant’
Emidio alle grotte” e aggiungo che dentro questo tempio, scrigno barocco incastonato
nel tufo, convolarono a nozze i miei genitori, nel millenovecentotrentasei.
La piccola ma capiente cupola
ovale che sovrasta l’elegante portico d’ingresso fu utilizzata dalla mia e
altre famiglie che abitavano la corte contadina di fronte come nascondiglio
durante la seconda guerra mondiale.
Furono gabbati, perché non venne
loro in mente di curiosare dentro la cavità di quella bolla barocca che custodì
grazie all’astuzia dei miei, quei pochi beni domestici.
Via Federici era sterrata e lo
spettacolo dell’esercito tedesco in ritirata durò per giorni. Immagino gli
occhi della gente dietro le persiane sbirciare l’esercito dei demoni gotici in
fuggiasca agonia.
Marciavano lenti, stanchi, nel frastuono
dei motori accesi misti alle urla dei comandi, il sole di mezzogiorno accendeva
quelle teste bionde impastate di polvere e sudore.
Finalmente se ne andavano e poca
gente in strada assisteva con sfida e pericolo al passaggio dei perdenti in
processione, osservavano senza ostentare ostilità con un silenzio devoto e
inespressivo, le parole di odio erano riposte dentro, nascoste, e si manifestavano
solo nelle mani che impercettibilmente stringevano con forza nervosa quelle dei
figli a cui mostravano il film degli sconfitti.
I soldati irrompevano nelle case,
di solito in due, soprattutto quelle al piano terra in quanto le porte non
avevano chiavi, cosi che tutti potevano entrare, perché erano tempi, al
contrario di oggi, in cui ci si fidava dei vicini.
Mia madre quel giorno, provò dei
brividi quando un giovane soldato con il fucile in spalla entrò in casa,
ovviamente senza permesso, mentre un suo commilitone attendeva sulla porta.
Era giovane e deciso, cercava
qualcosa o qualcuno, parlava tedesco pretendendo di essere capito e sul suono delle
sue metalliche parole incomprensibili
per mia madre perlustrò la minuscola casa, spalancò facendo un gran rumore la
porta della camera da letto e dai ronzii dei respiri che consumavano l’aria prima
percepì poi vide nel buio i numerosi
figli dormire.
In quella casa non c’era nulla.
I bambini ignari della visita
scortese continuarono il loro sonno sicuri.
Il soldato tedesco era
giovanissimo, poteva avere sedici o diciassette anni, tornò in cucina e si
sedette a gambe larghe, come se fosse a casa sua, restò per diversi minuti in
silenzio, poi mimò il gesto del bere e mia madre ancora tremante gli scodellò del
vino in un bicchiere.
La presenza di quel biondo
Sigfrido non durò che pochi minuti, ma immagino che per mia madre fu pausa una infinita,
interminabile.
Poi con fare più gentile se ne
tornò a marciare in direzione contraria dei disastri che insieme al suo
esercito aveva lasciato.
Quando la polvere trovò pace
sulle acacie e i biancospini la colonna era già lontana e si allora ricomposero
pietosamente corpi e ricordi, cominciò così la celebrazione dei giovani caduti
sul Colle san Marco. Quei ragazzi vivi di coraggio e armati di sana follia,
l’unica moneta valida per ricevere in cambio il dono della libertà e la dignità.
Ne morirono a decine lassù sulle
pietre di quei settecento metri di travertino. I Carpini, i Lecci, i Noccioli e
le Querce di quei sentieri videro sangue e bossoli come nessuno mai dei loro
antenati aveva mai visto in passato.
Furono combattimenti cruenti e
anche in quel caso ci fu il sostegno del santo protettore secondo i racconti.
Raccontava mio padre che prima
che il conflitto si concludesse, nei giorni in cui la resistenza partigiana si
scatenò con forza, ci fu una violenta, impressionante scossa di terremoto tanto
forte che i due campanili della chiesa di San Francesco, sempre a detta di mio
padre che era presente, barcollarono e danzarono pur senza cadere.
Le truppe tedesche che occupavano
la città pensarono ad un attacco di rappresaglia e gli ufficiali insieme ai
soldati scesero in strada, dalle residenze, dalle caserme, terrorizzati dal
boato, inconsapevoli, per loro il terremoto era qualcosa di inesistente.
Emidio nostro santo e la dea
Tellure complici erano venuti in soccorso degli Ascolani ancora una volta.
La prima volta fu duemila anni
prima durante la prima guerra sociale, in una storica battaglia tra i Piceni e
l’esercito romano, Anche quello fu un conflitto contro Roma che estendeva con
la forza il dominio sulle popolazioni italiche e pure in quel caso gli
occupanti: i romani, fuggirono dal campo di battaglia intimoriti dalla dea
Tellure che credevano essersi inimicato.
I primi giorni d’Agosto, la
Domenica. La città si sveglia tra boati di mortaretti e gli ottoni di banda
musicale che di buon mattino ti concludono il sonno notturno e annunciano la
festa del santo Patrono.
Devozione paesana e tradizione si
danno la mano e ogni nato sulle sponde del nostro fiume Tronto si sente, al di
là di ceto, cultura e censo, facente parte della comunità.
Io ho provato, reagito a
scrollarmi di dosso quest’abito: no, non si può, c’è qualcosa che fa
riferimento, forse all’eredità cromosomica che ti dice che quello deve essere
un giorno di grande festa per te e per tutti gli ascolani. Che appartieni senza
opporti alla comunità.
Gente emigrata da decenni,
dall’America, dalla Germania, dalla Svizzera e Australia discendenti che non
parlano più nemmeno la nostra lingua, figuriamoci il dialetto.
Sotto le teste imbiancate di
frotte di parenti si riconoscono a malapena, le facce di personaggi visti molti
anni prima, da bambino, poi spariti, dimenticati fino quel giorno di ritorno.
Studenti universitari,
fuoriusciti, tutti insomma ci si rincontra sotto quei giorni.
E così i saluti e i come stai? Si
percepiscono ad ogni piè sospinto lungo le vie del centro.
Non voglio raccontare della festa
ed enunciare ad uno ad uno eventi ricorrenti e tradizioni, ne sono tante e ci
vorrebbero fiumi di pagine per descriverle tutte, voglio limitarmi, come nello
spirito di questi miei racconti, nelle visioni e nelle emozioni che persone e
momenti particolari mi hanno suggerito.
Vorrei parlare dei suoni, degli
odori, di angoli insignificanti di un ricordo o di una sensazione.
Il primo odore è quello del
basilico che nel giorno della commemorazione di Sant Emidio, prima della messa
solenne, inonda gli ampi gradini del sagrato del Duomo.
Un profumo inebriante e intenso
che le grossi ceste fuori la chiesa diffondono, insieme ai dialoghi vocianti,
dispute sul prezzo tra contadini che vendono e devoti che per pochi euro acquistano mazzi
regali di Basilico dalle foglie prepotentemente verdi e fresche.
La tradizione invita ad infilare
una “fronna”, tradotto: rametto, sopra l’orecchio, così i volti incorniciati
delle foglie di Basilico sono segno di amore per il Patrono e il significato di
questa sagra bisogna trovarlo addietro, nella storia del Santo, quando appena
ritrovato il corpo dentro un’umida e buia grotta in tufo, gli scopritori delle
spoglie del santo, e questo mi sembra avvenne nel medioevo, rimasero
meravigliati da una piantina nata nel terriccio della grotta, sopra il defunto
Emidio martire , lontano dal sole.
E inneggiarono al miracolo.
Altro odore della festa, si
associa al rumore delle macchine tostatrici dei venditori ambulanti di
noccioline americane, un ritmo di trattore che borbottava incessantemente tra
le voci della gente, sotto luci scintillanti di precarie e numerose lampadine.
La busta di noccioline calde
stava in maggior parte delle mani e l’odore del frutto tostato sovrastava
pesante tutta la via in salita del ”Jolli” : itnerario di passeggio, dietro la
grande Cattedrale, dove un fiume di gente deambulava in circolo lentamente come
pellegrini intorno alla”Kaaba” alla Mecca.
Da lì e nei dintorni si assisteva anche oggi al grande fuoco
d’artificio, il rito dell’assistere allo “sparo”
Generato da un personaggio che è entrato a
far parte della tradizione ed era, perché so che è venuto a mancare da pochi anni,
un uomo, piccolo di statura con dei baffetti e la somiglianza con Tiberio
Murgia (un attore siciliano deli anni 60’).
Un napoletano verace, credo si
chiamasse tipo: Gennaro Esposito, lui stesso mi disse di abitare nei vecchi
quartieri spagnoli e che per tutto l’anno costruiva con le sue mani delle
minuscole marionette a forma di cono bianco, il piccolo Pulcinella che ne
spuntava era provvisto di una trombetta. Per la gioia dei bambini costruiva
artigianalmente solo quel giocattolino che poi esportava da noi sotto la festa.
Anche lui diceva di essere devoto
al santo lo si vedeva continuamente in giro per la città, dappertutto con la
sua trombetta ossessiva: peppepeeee – peppepeeee – peppepeerepepeppepeeeee!
Così continuava fino a sera tutti
i santi giorni festivi, fino a far sanguinare, complice dei suoi piccoli
clienti, i timpani della gente.
La foto che segue è un meraviglioso ritratto fotografico del personaggio che ho appena descritto ed è stato l'occhio sensibile di Domenico Oddi, noto fotografo ascolano a coglierlo sapientemente.
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