giovedì 11 luglio 2013

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LA MIA CITTA’

 

 Quando provo a immaginare la mia città mi sembra di strattonare un vecchio gigante in letargo, un Titano in pensione che dorme da molti secoli e che svegliandosi né si stira, né sbadiglia; vuol rimanere ad occhi chiusi e continuare nel letto caldo a sonnecchiare.

La mia piccola, minuscola città è pigra e indolente, come quei ragazzi la cui madre un po’ rompiballe puntualmente, ogni mattina, anche di domenica, sadicamente li sollecita ad alzarsi.

     Un grande paese e insieme un sogno antico dentro una visione di pietra; case costruite con infiniti piccoli blocchi in travertino: conci è il termine giusto con cui si chiamano; sbozzati a mano nel corso dei secoli  da innumerevoli solerti mani callose.

I monti che circondano Ascoli mostrano senza pudore le vecchie ferite: sono le cave; angoli di montagna divorati nel tempo da eserciti di spaccapietre; per secoli, hanno rosicchiato come topi la pietra per farne poi i conci da costruzione.

Questo è il luogo dove sono nato.

Il centro storico è un dedalo di piccole vie che chiamate con il termine: ‘rue’; una sorta di culla fatta di conci di travertino cangiante il cui colore nel tempo si tinge d’ambra fino a virare al bianco spento.

     Le rue: rughe lunghe che solcano la parte vecchia si snodano sotto i nostri piedi; viuzze fresche d’estate e umide di medioevo dove l’odore delle cucine si mescola all’aria della mattinata, malinconiche e tenere in inverno quando la neve riesce ad entrare nelle strette fessure tra i tetti ed ammanta i ciottoli di fiume che le fanno da tappeto.  

Dopo la nevicata ogni luogo affascina e ci intenerisce, così io la mia città, la immagino così: coperta di neve.

Qui anche la Storia, l’intima compagna del gigante, è rimasta a sbadigliare tra queste mura, distratta e pigra, l’aria è zuppa di tempi andati e percepisci l’odore del passato attraverso il legno marcio delle porticine, sa della muffa umida e della peste che su queste mura di pietra è venuta a bussare in più occasioni durante i secoli.

La patina delle epidemie si percepisce ancora; sui battenti  dei massicci portoni e sugli affreschi delle numerose chiese romaniche che, ad ogni passaggio di morte, venivano graffiati via per far posto a nuovi colori, nuovi santi di rosei incarnati e madonne  regali dipinte all’uovo sull’arriccio umido purificato dalla calce.

Il tempo qui è un intruso: tra l’altro poco puntuale e, nonostante il  lento ritardo, è ritroso e non vuole mostrarsi, preferisce nascondersi stratificato nelle storie degli anziani, storie antiche rimaste sempre vive attraverso i loro racconti.

Storie dirette, semplici, narrate senza colte intercessioni di parole ricercate.

Io così ho conosciuto la mia città, attraverso le immagini raccontate da mio padre, da mia madre, soprattutto da mia nonna. 

Fiabe surreali, inverosimili, spacciate per autentiche e di cui non sono sicuro della loro veridicità, poco mi interessa,  in quanto sono state comunque il pane che ha nutrito la mia immaginazione.

Scene che ho sfiorato e veduto attraverso la dilatazione della mia ingenua rètina che percepiva  e sognava, una polvere depositata sulla mia pelle, come un abito che ha messo in luce la mia identità e insieme  anche alimento per le mie radici.

 

 

 

                                 vissuti come i santi da calendario,

                                 aliti raggrumanti dei venti del tempo

                                 che donano nome alle cose

                                 per perderne poi la memoria

                                 dispersi dentro il monolocale di una stella.

                                uomini saccenti, silenziosi, sciocchi, pii

                                 verniciati d’arte e di pensieri.

                                Uomini indifferenti allo sguardo di un passero.
 
 
 
MIA NONNA E LA “STENDECHINA”
 
 
     Mia nonna paterna era molto conosciuta in città: un vero personaggio. Erano in molti a servirsi da lei, compravano frutta e cacciagione dal suo banco.
Lei insieme a tanti altri venditori animava il “mercato delle erbe”, collocato entro il monumentale chiostro della chiesa di San Francesco.
Un vociare di dialetti, contrattazioni, odore d’uova e di galline, bestemmie e saluti fraterni tra i venditori che già dalla notte prima erano giunti dalle campagne intorno ad allestire il bancone.
Lei, Isolina, era della città, abitava nel cuore, nella piazza centrale,  la più importante.
   Dall’ aspetto appariva come una vecchia matrona ottocentesca.
Aveva perduto i denti ma masticava frutta secca tirandone fuori i gusci dalle gengive vive.
Il suono della sua voce, un vocione da uomo, profonda e cavernosa, riusciva ad evocare magicamente i suoi tempi e l’Ottocento diventava per me un affresco entusiasmante e suggestivo; le foto d’epoca prendevano vita con personaggi e storie, situazioni che potevo sfiorare con le dita, grazie alla sua capacità di narrare.
     Tra i suoi racconti, che lei, a mia richiesta, srotolava tra parole sibilate, biascicate tra le gengive e la lingua; la quale prendeva il posto dei denti, ce n’era uno che mi affascinava e suggestionava particolarmente ed era quello della ‘paura’ o,stendechina’: così la gente chiamava questo personaggio surreale navigante ai limiti della leggenda incredula.
Narrava lei di viaggi notturni sui carri, insieme ad altri commercianti di frutta. Partivano a notte fonda verso campagne lontane lungo la secolare strada Salaria, per tornare poi all’alba, a inizio mercato, carichi di primizie fresche da vendere.
Una notte volle che la compagine si incontrò con lo spettro di donna altissima: più di tre metri d’altezza; la famigerata  Stendechina,  di cui tutti ne raccontavano storie ma pochi  realmente avevano vista.
     Raccontava Isolina che la donna si muoveva lentamente verso di loro, silenziosa, librandosi nella luce lattiginosa della luna,. Gli astanti tremanti, con gli occhi spalancati e sottomessi dalla paura alzarono subitamente le mani nel segno della croce, e lo ripeterono tre volte come la regola esorcizzante dettava, contro presenze luciferine e terrificanti.
La formula sussurrata dalle donne era un antidoto che veniva tramandato da generazioni, solitamente e segretamente da madre in figlia ed era una delle tante risorse contro l’insondabile, il misterico maligno.
Così anche la pratica di scacciare l’invidia che mia nonna e mia madre, eredi segrete, esercitavano. Era un rito di litanie incomprensibili e sussurrate che le donne giunte ad età avanzata decidevano  di tramandare a figlie e nipoti femmine.
Altro inspiegabile accadimento narrato di quelle notti di viaggio al chiaro di luna, è una storia diversa ma dello stesso sapore ed effetto: quella dell’incontro con lo spettro di una bambina. Secondo le testimonianze di chi abitava nel posto e di chi già sapeva; in un punto della strada molti anni prima vi era morta una bambina. Anche qui, lo sbigottimento della povera compagnia imbattutasi con l’ètere della bianca anima in pena, fu alleviato dalle orazioni funebri sussurrate in aiuto del piccolo spettro, il quale per incanto scomparve dal ciglio della carrettiera, non prima però d’aver accennato un saluto con la mano insieme ad un sorriso riconoscente.




foto di mia nonna: "Isolina" nel chiostro di San Francesco





 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un’altra storia che persiste ancora nei miei ricordi è quella della “gattarola”; un’altra fiaba, semplice, al color seppia, come un dagherrotipo di fine secolo. Viaggi semplici, voli d’Icaro che arricchivano l’immaginazione di un universo povero fatto di un dedalo di vicoli in pietra.

     Traversate oceaniche solo mentali, di chi come me, era riuscito a vedere il mare solo da adolescente; già: perché il mare distava una manciata di chilometri ma d’estate solo i benestanti sciamavano verso le spiagge e per me e quelli della mia casta che facevano i conti con le ristrette possibilità, il massimo della villeggiatura era la riva del fiume Tronto che poi d’estate si animava di gente come noi i meno agiati.

     La caverna da dove uscivano le storie era la voce di nonna Isolina, l’inflessione si caricava di profondo e di antico e a volte si infarciva di risatine sornione. La storia iniziava nel momento in cui la mia attenzione arrivava al massimo e si riempiva della sua presenza.

   Lei astutamente pizzicava la mia curiosità, la colmava di una lunga attesa e leggeva dai miei occhi fissi, inebetiti e la bocca semiaperta il momento dell’incipit del racconto.

   Premessa:” la gattarola” è un buco tondo dal diametro di circa quindici centimetri, si trova in basso, a lato dei vecchi usci di  casa a pianoterra.  Se ne scorgono ancora tra le stradine, sulle porte ormai in disuso, sbarrate, consumate, tra legni marci e ragnatele. La loro funzione era quella di permettere ai gatti di entrare e di uscire dalla casa liberamente e di cacciare quindi pantecane ed ogni tipo di fauna vivente che avesse potuto infestare cantine e umidi tuguri.

     In uno di questi vicoli, in “Rua del cieco”, abitava mia nonna con i miei nove zii; figli che lei crebbe tra stenti e privazioni. Il suo  sposo Biagio: mio nonno, conosciuto solo attraverso i racconti, purtroppo  morì ancora giovane ucciso dal vino e dalle fatiche, un ictus lo stroncò in quella Piazza Roma, dove ora svetta goffa una statua della libertà in bronzo circondata da quattro esili palme.

   L’unica eredità che le lasciò mio nonno alla consorte Isolina fu appunto una nutrita…solo nel termine però: batteria di bocche da cibare.

“Rua del cieco”, così si chiamava, ebbe in ospite durante un inverno fine ottocento, una raccapricciante presenza; venne a vivere tra la piccola comunità della rua una megera.

Sempre sola e poco gradita ai più in quanto scontrosa e sgradevole d’aspetto.

Brutta e ripugnante nei modi e nelle fattezze; non la si vedeva mai in chiesa durante le ore della compieta.

L’arpìa a notte fonda dava sfogo alla sua natura maligna e ai suoi  intenti  introducendosi, attraverso le sembianze di una gatta, nella casa di una giovane madre che accudiva una bimba in fasce.

La donna prima ancora di scoprire la presenza della strega che ogni notte si introduceva di soppiatto, notò con inspiegabile e preoccupante disappunto che la propria figlioletta dimagriva giorno per giorno.

Cercò cause, ascoltò consigli e pregò fino alla disperazione, inutilmente.

Affranta e sfinita e sempre più sospettosa, fu consigliata e  coadiuvata dalle anziane della rua cominciò ad indagare,  e lo fece appostandosi, durante le notti successive, in un angolo buio della stanza a guardia della culla con la bambina.

Accadde poi che, in una notte di plenilunio, vide la gatta entrare dalla ‘gattarola’ e riversarsi sulla culla. Nemmeno lo scostare lentamente la tarlatana sopra la culla dissuase la gatta a fuggire, che indisturbata e assetata come un vampiro, continuò senza ritegno a succhiare la linfa della piccina e nel suggere esibiva la danza compiaciuta e sinuosa della propria coda ritta.

Furibonda la donna armata d’un matterello si scagliò sulla strega felina e infierì malamente con calci e bastonate mettendola in fuga. Il fragoroso parapiglia svegliò gran parte di Rua del cieco e chi ebbe poi modo, nei giorni successivi, di rincontrare la megera, notò e riconobbe su volto di  lei i lividi e le ferite delle percosse e  fu così che tutti non ebbero più dubbi sulla vera natura della ripugnante vegliarda.

Poi, come la natura umana recita spuntarono anche dei rimorsi e ripensamenti e in qualcuno si risvegliò la pietà, la voglia di perdonare ed assolvere e per questo la demone non fu allontanata, né alzarono pile da rogo, l’unica certezza è che non avvennero più incursioni diaboliche nelle case.

I sabba finirono lì, in quel inverno di fine ottocento. Per cautela, nel frattempo, le gattarole vennero tutte sbarrate con assi di legno e chiodi e vennero tempi duri per i gatti che migrarono verso altri quartieri.


     Il mercato dove mia nonna” spandeva” la frutta, le verdure e la cacciagione è un luogo molto bello della città; un trecentesco chiosco francescano ampio e monumentale con ancora il pozzo centrale ed una fontanella in un angolo dove gente e piccioni spengono l’arsura estiva.

“Isolina” era la decana dei venditori, un istituzione, conosciuta e rispettata da tutti, dalla gente semplice e dai notabili della città. Troneggiava regalmente in tutte le stagioni dietro il bancone seduta sul suo sgabello, dove, sotto l’ampio vestito nero: io sapevo segretamente, si nascondeva in inverno lo scaldino.

Lei lo riempiva la notte prima di caricare i carri per il mercato, con l’ultima brace ancora calda del camino spento.

     Un faccione dalla pelle sempre fresca e serica, la si percepiva al contatto del bacetto di saluto. Sempre avvolta, anche d’estate, da un grande fazzoletto che si stringeva a nodo stretto sotto il mento. Alla visita che mia madre insieme ai figli suoi nipoti le faceva, mia nonna rispondeva immancabilmente con accorata donazione di uova fresche e frutta di stagione. Io, mio fratello e le mie quattro sorelle contavamo molto sul generoso sostegno che in nostro aiuto elargiva. Io in particolare, durante la visita, ricevevo mezzi aranci” sani”,  privati accuratamente della parte marcia.

Era il suo passatempo principale: tagliare e recuperare le arance e la frutta marcia in genere, la vedevo infatti sempre armeggiare con un piccolo coltello in mano.

A volte ricevevo da lei anche la cacciagione che sapeva piacere molto a mio padre. Così tornavo a casa tenendo per mano mia madre mentre l’altra mano si scaldava con il tepore delle piume nella tasca del cappotto.

 

                                
                                   dopo il mercato restano
                                   foglie e bucce marce e la coda di febbraio.
                                   gronde di muschio e gli occhi appannati
                                   sulla cassetta di pioppo.
                                   Il lento pomeriggio rallentato nell’attesa
                                   della messa del crepuscolo.
 
 
 




MIO PADRE

 

     Mio padre aveva una bicicletta, solida, robusta, nera, la teneva sempre in ordine, oliata e pulita. Era una bella figura Antonio, mio padre; e tra le vecchie foto, l’immagine a cui affido di più il ricordo di lui, la più bella in assoluto, è quella in cui passeggia elegante con il suo borsalino inclinato leggermente sulla destra della fronte e  con la mano che tiene la bici, di lato il manubrio.

Quello credo sia stato un giorno di festa ed il luogo preciso si intravede riconoscibile, è il centro della città e per l’esattezza la Loggia dei Mercanti, nella piazza più importante della mia città, luogo dello struscio e del pettegolezzo.

Un bell’uomo libero, fiero e festoso, dal sorriso raggiante e scanzonato, uno che non lascerebbe mai presagire essere marito di una moglie scontenta e padre di sei figli da nutrire.

Io l’ultimo arrivato, cercavo le sue attenzioni ma ne ricevevo, per sua leggerezza, poche.

Però lo ammiravo per il suo passato.

Dai pochi racconti che riuscivo ad ascoltare, nei momenti di generosa esuberanza, o da mia madre quando lo riconosceva come maschio, come capofamiglia, approfittavo per tessere il mio puzzle.

Plasmavo il mio modello in quei momenti, ed anche le sue latitanze e i suoi vuoti acquistavano dimensione, alimentavano le sue virtù, delineavano il modello.

Non lo conoscevo poi così bene, eppure avrei voluto saperne di più su di lui. Spesso mia madre, quando lui non c’era, lo biasimava, lo screditava agli occhi di noi figli, e aveva ragione, per la sua assenza e per quel disinteresse che lo investiva di pavidità e menefreghismo; ma questo giudizio è stato lungo ad arrivare; l’ho maturato in età adulta, quando ho riscoperto, riconosciuto il lato concreto della donna che era mia madre.

     Sotto casa vi era, circondato dai grandi palazzi popolari costruiti nel ventennio fascista, un enorme piazzale sterrato coperto a chiazze d’erba. Era lo spazio di una piccola comunità di ragazzi, un regno a se stante, la nostra Via Paal , territorio dove il gioco e l’amicizia riempivano lo schermo in cui noi crescevamo, la scuola vera dove si imparava ad entrare nell’esistenza.

     Si imparava tutto lì, in quella campitura d’infanzia, lì dove la stesura del colore dell’adolescenza restava gesto e memoria per l’adulto che diveniva. Lì sul quel “piazzale” ho imparato ad andare in bicicletta. Abbastanza tardi per un bambino, o meglio, diciamo che la mia bassa autostima mi diceva che la tabella di marcia del mio crescere, per quel motivo, era in ritardo.

Fu Riccardo, il mio amico fedele e compagno di scuola a colmare   la mia frustrazione di bambino. Subito dopo imparato a pedalare, mio padre mi concesse l’inaspettata fiducia; in verità ne rimasi stupito: mi permise di prendere la sua “Bianchi”.

Cominciai così a far uso del suo “cavallo”.  Stringere quei freni a stecca fu un modo per divenire grande, sicuro, facevo parte della tribù e quella bicicletta era diventata la proiezione della forza del padre. Assaporavo il dono della piccola velocità, del vento che asciugava il sudore sulla fronte nei pomeriggi d’estate e percorrevo in lungo ed in largo il Viale Federici .

Dopo il pranzo, le ore della sua pennichella cominciava la mia libertà. L’eccitazione partiva con lo schioccare della chiavetta che scattava dentro la serratura, come una tagliola ben oliata e via! …libero di pedalare, di espatriare verso quartieri della città da scoprire, di attraversare l’orchestra delle cicale di Viale Vellei, nella canicola pomeridiana d’agosto. Poi al suo risveglio la bicicletta doveva essere lì, in ordine, e non mi era concesso il ritardo, perché lui sarebbe andato al bar, immaginavo a bighellonare o a giocare al biliardo.

Che mito quella ferraglia pesante! E che bello il logo della “Bianchi”, quei caratteri Liberty oro su nero! Oro su nero come sulla macchina da cucire “Singer” di mia madre.  La differenza sostanziale era però che la Singer non  rendeva libera mia madre e ahimè non le permetteva di fuggire dai problemi familiari, anzi la obbligava a cucire per le nostre necessità incombenti.

Antonio, suo marito era così.

Un giorno danneggiai un pedale cadendo sulla strada, ero disperato per la paura del rimprovero, timoroso di perdere la sua fiducia e la concessione della bicicletta.

Lui sembrò non accorgersi e tutto continuò come prima. Io, in seguito, divenni più esperto, disinvolto e smaliziato perché cominciai col frugare nei suoi pantaloni quando dormiva. Trovavo la chiavetta rubavo la bici; ormai non chiedevo più la chiave, forse per concedermi più tempo, forse per non ingelosirlo troppo della sua ricchezza, o magari era solo per il piacere di sentirmi un po’ più grande, più padrone. La verità è che stavo crescendo, crescevo e lo si vedeva dal modo con cui esibivo la bicicletta, come un’eredità già acquisita.

    I ricordi più significativi solitamente sono quelli che hanno disegnato la nostra anima, basterebbero essi da soli a farci da specchio, ad identificare il viaggio di noi stessi che è stato e che verrà.

Sono visioni ricche e permanenti. Cifre della nostra identità, quelle che dovremmo sigillare bene dentro le pagine dei nostri quaderni e tirarle fuori quando disagi e confusioni ci frantumano, quando ci perdiamo alla ricerca disperata di spiegazioni. Si risparmierebbero belle porzioni di esistenza, di tempo e soldi in sedute di analisi, se ricordassimo quelle visioni trascritte sui quaderni: basterebbe solamente riaprirli ogni tanto.

     Su quest’argomento ho un ricordo vivido del giorno in cui lui, mio padre mi portò con se, una delle pochissime volte.

Una brevissima passeggiata prima del tramonto fino all’osteria della Sora Bice, un centinaio di metri da casa.

Si trovava in un giardino sotto un fresco pergolato di vite e si accedeva da una cigolante porta di vetro a due ante. Il locale a piano terra odorava di umido e di vino ed era pressoché spoglio, sulla parete, dietro il banco della mescita, dei piccoli cartelli di lamiera sbalzata che pubblicizzavano l’unica birra di allora, sopra ancora, un piccolo lumicino votivo sotto un volto di un Gesù marrone di nicotina.

Quel pomeriggio non c’era gente, era ancora presto e la frescura della cantina dava sollievo.

Lui ordinò una birra per se ed un chinotto San Pellegrino per me.

Tutto qui. Quel giorno mio padre fu mio e non c’era mai stato prima un “noi due”.

     La Sora Bice era una solare signora cordiale dai capelli bianchi e ordinati ad onde, sposata ad un uomo che in passato aveva corteggiato mia madre.

Così mi raccontarono.

Mi dissero poi che mio padre lo affrontò per gelosia, lo redarguì e lo percosse colpendolo con un pugno, e nacque la leggenda delle iniziali sull’anello d’oro di mio padre stampigliate sulla mascella del perdente e sfortunato pretendente, storia fece il giro della città.

Il signor Mazzanti non aveva fatto i conti con gli anni di lotta greco romana che mio padre vantava nel suo diario di vita vissuta. La A e la F restarono sul suo viso per parecchio tempo ed erano l’impronta dell’ ”americano”, così veniva chiamato mio padre.

Quel racconto non fece altro che aumentare vertiginosamente la mia ammirazione per lui.


 

 
L’AMERICA



 

     Antonio Fazzini partì verso l’Argentina nel 1920, anzi verso l’America… quando ancora, per la carente alfabetizzazione dei più, non si sapeva che di Americhe ce ne fossero due una del nord ed una del sud.

Quando ancora non si conosceva di quanto fosse grande e profondo l’oceano, poiché in pochi avevano visto il mare e ancor meno l’oceano, e come nella storia buia e antica era il luogo immaginario di insondabili paure, di gorghi e di mostri.

Primo di nove figli, appena diciottenne, respirò l’aria salmastra e vide i delfini per quaranta giorni, da Genova a Buenos Aires. Nell’unica sosta in brasile dove la nave fece scalo, mio padre scese sulla banchina e al primo uomo di colore, che probabilmente vide in vita sua per la prima volta, si accertò chiedendo se quelli erano gli Stati Uniti; l’uomo annuì dicendo:

  – Estados Unidos Do Brazil!

Così mio padre credette di essere arrivato negli Stati Uniti d’America…tralasciando il dettaglio significativo di quel: Do Brazil!

L’America insomma era lì, era quella.

Stava invece navigando in direzione dell’Argentina.

     La ‘Boca’ povera e sensuale, intanto l’attendeva e il lamento tanghèro di  Gardel l’avrebbe accompagnato per dieci lunghi anni. Il porto immenso di Buenos Aires lo accolse insieme agli emigranti come lui sulla banchina di smistamento emigranti, accalcati e malinconici con ancora negli occhi l’Italia, la patria, i casolari dagli intonaci bianchi, quel paradiso obbligati a lasciare fatto di ulivi e di presepi e canzoni e le litanie cantate sul bastimento erano catturate pietosamente da quei grandi batuffoli di nuvole sull’oceano già distante.

Le famiglie strette ai bagagli continuavano a guardarsi intorno, il loro sguardo perso nel mistero di un mondo nuovo era accompagnato dai vapori del porto, dai flautati richiami delle navi lontane e dalla ferraglia delle ancore scatenate che con clangore si tuffavano nella nafta del mare.

La grande città con i suoi giovani e grandi palazzi sedusse il giovane Antonio, edifici che facevano eco all’Europa liberty, i teatri ed i caffè all’aperto nelle grandi Avenide gli fecero senza dubbio sentire sulla pelle la libertà e la bellezza vellutata delle creole gli accese la voglia di vivere.

S’accorse che il tempo e la vita si sovrapponevano e nessuno dei due derubava l’altro, come due amanti complici che sanno di non far male al mondo, che corrono sui denti di un sorriso che credono non finirà mai.

Il pensiero intanto della patria, dei fratelli e della madre riaffiorava sempre più flebile e si accontentava di scrivere lettere sempre più corte, più povere di racconti, più ricche di denaro che riusciva ad inviare a casa.

Antonio, dopo poco sbarcato trovò subito lavoro potendo così già disporre del necessario per vivere alla grande lui e anche per far sopravvivere la numerosa famiglia lontana.

Era un bell’uomo e la prematura calvizie non lo privò del fiero e imponente fascino che continuò sfrontatamente a vendere.

Le stelle della cruz do sul incantate, che si riflettevano tremolanti nel Rio della Plata, trasognarono sorridendo di fronte alla voglia di stare al mondo di quel ragazzo Italiano, quel sorriso scanzonato che portava con se il profumo elegante dell’Europa.

     Mia madre raccontava con vanto e con vena sottile di femmina  fortunata che al suo ritorno in Patria, “l’americano” esibiva sulla sua valigia vissuta di cartone parole d’amore e d’addio scritte con  una matita lapis dalle piccole mani di una ballerina mulatta sconosciuta e conosciuta poi in seguito come “La venere nera”    Colei che divenne l’astro esotico e l’immaginario erotico di mezzo pianeta:  la celebre Josephine Baker che danzava e cantava sulla musica di melodie caraibiche vestita di un succinto gonnellino di banane.

     Ripercorro la sua storia come in un film e un flash che scorgo veloce mi porta a molto tempo dopo, quando di fronte a lui agonizzante in ospedale i medici poggiati sulle sbarre bianche del letto i medici decisero di amputargli una gamba.

Sotto il ginocchio era partito il cancrena e fu quel intervento che lo condusse alla morte.

Io m’incaricai di prelevare e non capisco come feci ad armarmi di tanta determinazione, l’arto amputato e di officiare per esso un regolare funerale come la legge prescrive.

Ricordo con straordinaria visione il momento in cui presi il pacco di carta verde, sotto nell’obitorio, sentii la sua morbidezza, il suo peso. Stava poggiato in mia attesa sul tavolo in marmo. La mano mia, prese la gamba per porla in una cassetta in legno e fu in quella circostanza che ripercorsi insieme a lui le strade di Buenos Aires. Quanti passi di primo Novecento che aveva calcato e l’Argentina poi, che gli era rimasta così cara nel cuore.

Quelle visioni stavano tutte lì, dentro l’irrilevante pacco di carta verde. 

     I nostri cari tornano in alcuni momenti, a volte lo fanno magicamente sulle ali dell’impalpabile, del non definibile, coincidenze, accadimenti che inequivocabilmente hanno il suono, l’odore della loro presenza. Messaggi scritti ad arte, con caratteri ancora non tradotti e noi, solo noi sappiamo di essere gli unici, esclusivi e consapevoli destinatari. Sentite questo sconcertante episodio che ho vissuto un decennio dopo la dipartita di mio padre, L’età in cui morì era di anni settantasei.

     Arrivò a casa una lettera, indirizzata a me, da parte di uno sconosciuto mittente, era del nord Italia, mi sembra di ricordare. Questo signore si era fatto portavoce di un’anziana donna originaria di Palma de Majorca in Spagna, da lui conosciuta durante le vacanze, in quanto proprietaria dell’hotel in cui aveva soggiornato.

Sentite ancora: aveva avuto l’incarico per conto di lei, di cercare tra gli elenchi telefonici il nome di mio padre presso un indirizzo senza numero, lei ricordava solo: Via della vite – Ascoli Piceno. La lettera portava infine i saluti per mio padre, ritenuto in vita.

Premessa interessante è che io all’indirizzo corrispondente, quello dove lui aveva abitato fino intorno agli anni 20’, ero tornato insieme a mia madre per puro caso, avendo acquistato una casa in Via della vite, senza cercare o volere, nessun collegamento con il passato di lui o con le mie radici.

Sapevo solo vagamente che in quella via mio padre era vissuto insieme alla famiglia, ma non sapevo esattamente il numero civico.

Pura, magica casualità.

Nella lettera, il gentile intermediario spiegava che l’anziana signora, di origine argentina, le aveva raccontato che ancora adolescente aveva conosciuto un gruppo di emigranti italiani tra i quali c’era anche mio padre.

I giovani emigranti europei frequentavano un piccolo ristorante, gestito credo dai genitori della donna.

Tutto era rimasto con doviziosa memoria nel cuore di questa anziana signora, conservato tra i suoi ricordi: un nome e un indirizzo; per tutta la vita; non aveva perso il filo da riannodare, fino al tramonto della sua esistenza.

La coincidenza della tenera storia mi colpì molto, incuriosì anche mia madre, allora ancora in vita e che ne rimase intenerita.

     Scrissi successivamente all’anziana signora dell’isola di Majorca, una lunga lettera con tutte le notizie sulla persona che fu mio padre. M’accorsi poi, dalla lettera con cui mi rispose, che rimase molto consolata dalle mie parole, da quello che le scrisse il figlio di colui che sarà stato forse, quasi un secolo prima, il primo amore.

Il nostro epistolario fu breve.

     Fù così che aggiunsi all’affresco di mio padre qualche ‘giornata’in più, grazie all’amore ormai svelato di un emigrante per una piccola adolescente  argentina dentro la scena di un chiassoso  ‘barrio’   di Baires.
 
 
 
 

IL CINEMA “ROMA”
 
 
     Un po’ più giù dell’osteria della “Sora Bice”, c’è una grande costruzione in mattoni e marmo grigio. Era ed è tuttora chiamata G.I.L. , da Gioventù Italiana Littorio, un edificio rozzo ed ingombrante che durante il ventennio aveva funzione di parco formativo delle giovani camice nere.
Io per pura disfasìa anagrafica e fortuna venni alla luce qualche anno dopo, dopo che i grandi fasti dittatoriali scomparvero, fortunatamente insieme alle miserie della guerra, azzeccai il momento giusto per nascere e non entrai, grazie alla fortuna, a far parte dell’esercito eroico dei martiri per l’impero.
Nacqui all’inizio del decennio successivo la guerra, nella fase della ricostruzione dell’Italia.
Dalla zia d’america Clotilde, sorella di mio padre, arrivavano dollari e pacchi di vestiti insieme a barattoli di latte in polvere, tutto contribuì ad accogliermi nel pieno di una rinascita. 
Grazie quindi al destino ho conosciuto la GIL per scopi meno nefasti e celebrativi.
Frequentavo quindi la palestra, il campetto del calcio e soprattutto il ‘Cine Roma’ che era la sala di proiezione più periferica della città.
Quando penso al Cine Roma, il primo ricordo che affiora è l’odoraccio nauseabondo con cui aspergevano la sala per camuffare il puzzo ristagnante del fumo che, perditempo, pensionati e coppiette di amanti furtivi, lasciavano condensare sui grigi marmi cimiteriali con cui era rivestita internamente la platea.
Un pro-fumo copri-fumo così intenso e vomitevole che avrebbe trasformato una cloaca in un campo di lavanda.
 Al prezzo di sole cinquanta lire si potevano vedere ben due film.
Io entravo appena apriva la sala, nel primo pomeriggio e uscivo che già era buio. Poi mi precipitavo a casa per la cena con la nicotina sul maglione, gli occhi gonfi, rossi e …Totò insieme a Maciste ancora nella rétina!
Tra i ferventi frequentatori della Sala Roma c’era un personaggio divenuto popolare, una macchietta storica di Ascoli: ‘Barelò’
Costui era un personaggio molto conosciuto in città, si raccontano simpatici aneddoti ed esilaranti storielle su di lui, come per tutte le macchiette di provincia.
Faceva l’ambulante e vendeva, in occasione delle feste nella città, liquidi dolciastri e di diverso colore dentro piccole bottiglie a forma di biberon: attraenti ma imbevibili.
Su quel piccolo negozio-carretto primeggiavano soprattutto bruscolini, lupini e paste piene di crema, probabilmente avariata, lui li chiamava: bomboloni e quel termine la diceva lunga.
Racconta un’aneddoto conosciuto che un cliente tornò a lamentarsi – per giusta ragione -  per aver trovato una mosca nella pasta alla crema, lui lo redarguì dicendo in dialetto ascolano:
   -…per cinquanta lire cosa pretendevi di trovarci dentro?
         Una coscia di pollo?!
Per “Barelò” ci sarebbero da stendere comunque degli elogi, in quanto lui con i suoi magri guadagni riusciva a sfamare una famiglia numerosa di oltre dieci figli.
La famiglia Ritrecina. 
Era facile incontrarla la sera al Cine Roma, tutta congiunta o quasi tutta; occupavano, lui con moglie e figli, una fila intera di seggiole di legno, al centro della platea. Facevano tenerezza.
‘Barelò’, con voce altisonante e cadenzata commentava, durante la proiezione della pellicola, le scene e poi intimava alla moglie di tirar fuori la cena, a voce alta come se fossero stati a casa loro.  
  La moglie solerte   scodellava silenziosa enormi pagnotte ripiene che venivano rumorosamente divorate da tutta la tribù e nel mentre “pasteggiavano” insieme rimanevano con gli occhi sbarrati verso lo schermo anche nel momento dell’ingoio del bolo.
Il luogo di residenza della numerosa famiglia era la‘Caserma  Vellei’, un antico convento romanico che nel tempo divenne caserma di Reggimento di fanti, oggi sminuzzata in piccole e numerose unità immobiliari  popolari.
Lì vi trovavano alloggio le famiglie del ceto povero della città.
In quella sorta di ghetto ricevevano battesimo i personaggi poco raccomandabili della città e a noi ragazzi leggermente più benestanti, le famiglie ci vietavano di frequentare quella zona.
Qualcuno di questi apparteneva alla numerosa figliolanza del personaggio “Barelò”e tra loro fece storia e si distinse il primogenito “Rorò”.
Una mescolanza tra lo Zampanò di Fellini del film “La strada” e l’uomo di Neanderthal. Lo si vedeva sfrecciare in città ad ogni ora del giorno sulla sua ”ape”,, mezzo con cui raccattava cenci e metalli.
Solitamente era facile presagire il suo arrivo, osservarlo simpaticamente durante suo passaggio poiché si preannunciava urlando:
- Bellòoooo!
Parlava e cantava a squarciagola e quando, dopo l’ennesima scadenza di pena carceraria per l’accoltellamento di una prostituta; per la quale era uscito di senno e d’amore, lo fecero uscire, pregò le autorità addette per ricevere ancora ospitalità presso le patrie galere e l’ottenne.
Non s’è più visto, dicono che sia morto nella ultima mansione di cuoco all’interno del vecchio carcere nel Forte Malatesta.
     Il Cinema Roma diventava, sotto il periodo della festa di Carnevale, sala per veglioni, io l’ultimo dei sei, seguivo le mie quattro sorelle e mio fratello in queste feste coriandolate dove i “twist” e gli “hoola Hop” prorompevano portando nuove mode “trasgressive” che segnavano la nascita del boom economico. Perez Prado con le sue ”Ciliegie rosa a primavera” mi instradava  ai mambos adolescenziali e insieme a Paul Anka con “Diana” mi infuocavano la voglia di crescere.
  Gli anni passarono veloci al ritmo della cadenza dei Festival di San Remo in Febbraio quelli sì che erano eventi significativi.
 
 
MANDUCCE
 
Barelò   e la tribù dei Ritrecina hanno fatto epoca nella storia della gente, una galleria malinconica e sorridente, fatta di aneddoti, follia, maldicenze e racconti comici. Un almanacco di caricature favolistiche ma realmente vissute.
  Potrei citarne molti di questi personaggi talvolta surreali e poetici, dotati ognuno di una precisa cifra umana.
Molti di loro vengono richiamati alla memoria e, di bocca in bocca, di tempo in tempo, si perpetuano nel ricordo.
Fanno parte di evocazioni apparentemente insignificanti ma senza dubbio sono piccole luci votive che tengono viva la nostra presenza sul prato del vivere, ci ricordano che esistiamo fino a che   esse sono accese.
Io, tra tutti i personaggi di quella policroma corte dei miracoli ne ricordo uno in particolare: il vero nome era Armando, il cognome non so, però tutti lo chiamavano e lo ricordano ancora con l’appellativo di “Manducce”.
   In passato, ma credo ancor oggi tra le persone grette, la malattia veniva vissuta dalla gente comune come una condanna divina. Gli infelici, li chiamavano così, impietosamente: erano coloro che nascevano con qualche malformazione o che nel corso della vita acquisivano.
Erano dunque condannati ad essere portatori di deformità fisiche ma come se fossero stati per doppia e ingiusta condanna ad essere anche portatori del verdetto punizione.
I gobbi, i nani, gli storpi, gli sciancati, accendevano paure, erano presenze di disturbo; deplorati da Dio che li aveva perseguiti e che li mostrava come monito alla comunità dei sani, a titolo informativo sulle atrocità dell’inferno che spetta ai peccatori.
Io, terrò sempre vivo il ricordo di “Manducce”perché mi ha fatto scoprire il sentimento della compassione.
   A causa di una tubercolosi alle vertebre, credo di ricordare, che da piccolo aveva contratto; Manducce era rimasto piccolo di statura, pallido e rachitico, ma soprattutto gobbo.
La sua grave condizione di gibbosità, lo aveva reso scontroso e solo. La cattiveria dello scherno ripetuto quotidianamente, da parte dei più contribuì a sottolineare il peggio di quello che c’era in quello sfortunato mendicante malandato.
Lo rivedo ancora, appoggiato ad un angolo di strada, sudato dentro un cappotto liso, pesante e riadattato, una mano sul muro e l’altra sul bastone; riprendere il respiro affannoso dentro l’ombra fresca di una estate afosa.
Manducce escludeva l’esistenza del codice dell’amore fraterno e bastava anche un cordiale saluto, una frase gentile di un passante a scatenare in lui una risposta vomitata con voce acida e metallica.
Già; sembrava che la sua cassa toracica fosse una vecchia latta vuota che battuta emetteva la voce di un eco secco, strozzata dentro l’imbuto della gola.
Noi ragazzi credevano con cattiveria che la voce passasse   prima di inveire attraverso la gobba
Odiava il vivere e tutti i viventi, per via del suo essere povero ed “infelice”. Viveva dell’elemosina di poche persone caritatevoli, i quali in fondo lo capivano e lo accettavano anche se i suoi piccoli occhi non  rispondevano con gratitudine agli sguardi pietosi.
Porgeva la mano prendendo gli spiccioli mentre, farfugliando un ringraziamento masticato volgeva lo sguardo cattivo dall’altra parte del prodigo passante.
I piccoli occhi prontamente vivi e diffidenti, come una lucertola, sempre preparati a guardarsi alle spalle dall’offesa, dal dileggio, sempre armati di malefica saetta.
   Figurarsi le bande di ragazzini che animavano le strade ancor vuote per quei tempi di automobili.
Per loro era il passatempo gratuito a portata di mano.
Lo aspettavano puntuali per scandire cori e ritornelli chiamandolo per nome, lo deridevano invitandolo allo scontro.
Lui, accelerava il corto passo e se irrimediabilmente assediato, circondato; brandiva il bastone e lo scagliava con sorprendente precisione. Poi seguiva la recita del rosario  di improperi verso le bande.
Manducce saliva su e giù le scale di tutti i palazzi; lo incontravo fermo, sostare sui pianerottoli a riprendere fiato e tossire rauco, ripetutamente, quasi a manifestare il suo arrivo.
Un suono di tisi gracchiava lungo le scale e alle madri di famiglia correva un gelido rivolo di sudore lungo le vertebre, tanto faceva paura ancora la Tisi, benché fosse diventata già da tempo una malattia curabile.
Suonava il campanello con insistenza, non si poteva fingere l’assenza, proprio non ci si riusciva.
Ci rassegnavamo appena lo scorgevamo già da dietro i vetri delle finestre avanzare nella via, in direzione dei nostri condomini.
Era un mendicante e la regola della carità voleva che anche noi, che poi non si era gran chè ricchi, dessimo qualcosa a quello scorbutico personaggio.
Armando pretendeva denaro, spiccioli magari, ma denaro corrente. Una volta ricordo vividamente, nelle prime ore del giorno  di una domenica di primavera fece trillare il campanello diverse  volte. Sapevamo fosse lui e una delle mie sorelle gli aprì la porta con fare generoso e con una grande fetta di pane cosparsa di marmellata, offrendogliela.
Fu mia sorella Anna ad accoglierlo e credo piacesse molto a Manducce, lo si capiva dalla voce di lui che in presenza di lei mutava prendendo toni più gentili e delicati.
Ma evitati i convenevoli mia sorella rifilò l’elemosina alimentare al gobbo; poi giustificandosi con qualche parola di rassicurante benevolenza chiuse la porta in faccia ad Armando, forse con troppa irriverenza.
Tutto sembrava filato liscio, quando dopo qualche secondo un tonfo echeggiò dentro nel corridoio, sembrava un calcio, proveniente dalla porta d’ingresso.
Capimmo presto che il dono non doveva essere stato gradito al questuante e anche la troppa fretta che mia sorella aveva mostrato  per liberarsene.
Curiosi accorremmo verso la porta.
Sentimmo prima sotto il cortile un lamento intraducibile di Armando che già, quasi fuori il portone, blaterava lamentazioni incomprensibili.
Aprimmo la porta della nostra casa e vedemmo, sullo smalto ocra chiaro di un’anta, la grande fetta di pane campeggiare incollata, proprio sotto la targa in ottone lucidata a Sidol: Fam. FAZZINI.
Un alone rosso di marmellata la incorniciava mentre cominciava a scivolare pian piano accelerando, fino a cadere sullo zerbino.
L’irriconoscenza per quello che fu per noi un gesto irrispettoso, non furono accettati con sensibilità e chiudemmo per un tempo la porta al mendicante gobbo che sino ad allora  era stato accolto sempre pietosamente.
Come tutti aggiungemmo distanza tra noi che eravamo il mondo e l’infelice.
Per qualche anno Manducce non fu visto e non l’incontrammo più.
Recentemente ho sfogliato un libro d’arte: una raccolta di foto in bianco e nero; vecchie istantanee e ritratti di personaggi, di gente.
C’era mia nonna Isolina, Barelò e anche Manducce.
Dentro una serie di immagini drammatiche di reportage che documentavano l’ ospizio cittadino detto “ de li peveritt” – dei poveretti - in una foto, molto contrastata, Armando appariva disteso malato su di un letto: fissava l’obiettivo con lo stesso malanimo di sempre.
Dietro, come sfondo, i letti di corsia di un cronicario finale, con altre vite come la sua in attesa di quella luce che, durante il suo esistere, non si era accorta di lui.
 
 

LA FESTA DEL PATRONO
 
     Ogni città o paese porta con sé il suo santo protettore, Ascoli, il mio paesone, è proprietà di un santo molto venerato, Sant’Emidio da Treviri , martire  delegato al compito di intercedere presso la dea Tellure.
In pratica è il santo che ci dovrebbe proteggere dal pericolo di restare seppelliti sotto le macerie nel caso di un terremoto.
Un grande incarico protettivo quindi, esteso a tutti gli abitanti, soprattutto ai credenti fedeli del santo.
Dalle nostre parti, si contano molti seguaci e confraternite devote al santo e in qualsiasi posto del mondo vi troviate, incontrare una persona dal nome Emidio, vuol dire senza margine di dubbio, imbattersi con qualche provenienza figliare partita da questa terra.
Emigdius proveniva da Trier (Germania) e fu tra i primi evangelizzatori cristiani locali dopo la caduta dell’impero romano.
Battezzò in questi luoghi Polisia, figlia di un console romano e per quei tempi, l’impudenza gli costò la decapitazione.
Fu durante l’esecuzione che si manifestò il miracolo, una sorta di performance Houdiniana: Emidio da Treviri raccolse la propria testa mozzata e andò a morire, deambulando, un po’ più lontano, altrove, nella campagna, dentro una grotta in tufo.
Sul luogo, per devozione al patrono e grazia ricevuta dopo l’ennesima epidemia di peste superata; fu costruita intorno al 1700 una preziosa chiesetta barocca, quella denominata “Sant’ Emidio alle grotte” e aggiungo che dentro questo tempio, scrigno barocco incastonato nel tufo, convolarono a nozze i miei genitori, nel millenovecentotrentasei.
La piccola ma capiente cupola ovale che sovrasta l’elegante portico d’ingresso fu utilizzata dalla mia e altre famiglie che abitavano la corte contadina di fronte come nascondiglio durante la seconda guerra mondiale.
 Fu nei paraggi infatti che le truppe tedesche in ritirata requisivano ogni sorta di bene: buoi, biciclette, lenzuola, masserizie varie.
Furono gabbati, perché non venne loro in mente di curiosare dentro la cavità di quella bolla barocca che custodì grazie all’astuzia dei miei, quei pochi beni domestici.
Via Federici era sterrata e lo spettacolo dell’esercito tedesco in ritirata durò per giorni. Immagino gli occhi della gente dietro le persiane sbirciare l’esercito dei demoni gotici in fuggiasca agonia.
Marciavano lenti, stanchi, nel frastuono dei motori accesi misti alle urla dei comandi, il sole di mezzogiorno accendeva quelle teste bionde impastate di polvere e sudore.
Finalmente se ne andavano e poca gente in strada assisteva con sfida e pericolo al passaggio dei perdenti in processione, osservavano senza ostentare ostilità con un silenzio devoto e inespressivo, le parole di odio erano riposte dentro, nascoste, e si manifestavano solo nelle mani che impercettibilmente stringevano con forza nervosa quelle dei figli a cui mostravano il film degli sconfitti.
I soldati irrompevano nelle case, di solito in due, soprattutto quelle al piano terra in quanto le porte non avevano chiavi, cosi che tutti potevano entrare, perché erano tempi, al contrario di oggi, in cui ci si fidava dei vicini.
Mia madre quel giorno, provò dei brividi quando un giovane soldato con il fucile in spalla entrò in casa, ovviamente senza permesso, mentre un suo commilitone attendeva sulla porta.
Era giovane e deciso, cercava qualcosa o qualcuno, parlava tedesco pretendendo di essere capito e sul suono delle sue  metalliche parole incomprensibili per mia madre perlustrò la minuscola casa, spalancò facendo un gran rumore la porta della camera da letto e dai ronzii dei respiri che consumavano l’aria prima percepì poi vide nel buio  i numerosi figli dormire.
In quella casa non c’era nulla.  
I bambini ignari della visita scortese continuarono il loro sonno sicuri.
Il soldato tedesco era giovanissimo, poteva avere sedici o diciassette anni, tornò in cucina e si sedette a gambe larghe, come se fosse a casa sua, restò per diversi minuti in silenzio, poi mimò il gesto del bere e mia madre ancora tremante gli scodellò del vino in un bicchiere.
La presenza di quel biondo Sigfrido non durò che pochi minuti, ma immagino che per mia madre fu pausa una infinita, interminabile.
Poi con fare più gentile se ne tornò a marciare in direzione contraria dei disastri che insieme al suo esercito aveva lasciato.
Quando la polvere trovò pace sulle acacie e i biancospini la colonna era già lontana e si allora ricomposero pietosamente corpi e ricordi, cominciò così la celebrazione dei giovani caduti sul Colle san Marco. Quei ragazzi vivi di coraggio e armati di sana follia, l’unica moneta valida per ricevere in cambio il dono della libertà e la dignità.
Ne morirono a decine lassù sulle pietre di quei settecento metri di travertino. I Carpini, i Lecci, i Noccioli e le Querce di quei sentieri videro sangue e bossoli come nessuno mai dei loro antenati aveva mai visto in passato.
Furono combattimenti cruenti e anche in quel caso ci fu il sostegno del santo protettore secondo i racconti.
Raccontava mio padre che prima che il conflitto si concludesse, nei giorni in cui la resistenza partigiana si scatenò con forza, ci fu una violenta, impressionante scossa di terremoto tanto forte che i due campanili della chiesa di San Francesco, sempre a detta di mio padre che era presente, barcollarono e danzarono pur senza cadere.
Le truppe tedesche che occupavano la città pensarono ad un attacco di rappresaglia e gli ufficiali insieme ai soldati scesero in strada, dalle residenze, dalle caserme, terrorizzati dal boato, inconsapevoli, per loro il terremoto era qualcosa di inesistente.
Emidio nostro santo e la dea Tellure complici erano venuti in soccorso degli Ascolani ancora una volta.
La prima volta fu duemila anni prima durante la prima guerra sociale, in una storica battaglia tra i Piceni e l’esercito romano, Anche quello fu un conflitto contro Roma che estendeva con la forza il dominio sulle popolazioni italiche e pure in quel caso gli occupanti: i romani, fuggirono dal campo di battaglia intimoriti dalla dea Tellure che credevano essersi inimicato.
 
I primi giorni d’Agosto, la Domenica. La città si sveglia tra boati di mortaretti e gli ottoni di banda musicale che di buon mattino ti concludono il sonno notturno e annunciano la festa del santo Patrono.
Devozione paesana e tradizione si danno la mano e ogni nato sulle sponde del nostro fiume Tronto si sente, al di là di ceto, cultura e censo, facente parte della comunità.
Io ho provato, reagito a scrollarmi di dosso quest’abito: no, non si può, c’è qualcosa che fa riferimento, forse all’eredità cromosomica che ti dice che quello deve essere un giorno di grande festa per te e per tutti gli ascolani. Che appartieni senza opporti alla comunità.
Gente emigrata da decenni, dall’America, dalla Germania, dalla Svizzera e Australia discendenti che non parlano più nemmeno la nostra lingua, figuriamoci il dialetto.
Sotto le teste imbiancate di frotte di parenti si riconoscono a malapena, le facce di personaggi visti molti anni prima, da bambino, poi spariti, dimenticati fino quel giorno di ritorno.
Studenti universitari, fuoriusciti, tutti insomma ci si rincontra sotto quei giorni.
E così i saluti e i come stai? Si percepiscono ad ogni piè sospinto lungo le vie del centro.
Non voglio raccontare della festa ed enunciare ad uno ad uno eventi ricorrenti e tradizioni, ne sono tante e ci vorrebbero fiumi di pagine per descriverle tutte, voglio limitarmi, come nello spirito di questi miei racconti, nelle visioni e nelle emozioni che persone e momenti particolari mi hanno suggerito.
Vorrei parlare dei suoni, degli odori, di angoli insignificanti di un ricordo o di una sensazione.
Il primo odore è quello del basilico che nel giorno della commemorazione di Sant Emidio, prima della messa solenne, inonda gli ampi gradini del sagrato del Duomo.
Un profumo inebriante e intenso che le grossi ceste fuori la chiesa diffondono, insieme ai dialoghi vocianti, dispute sul prezzo tra contadini che vendono  e devoti che per pochi euro acquistano mazzi regali di Basilico dalle foglie prepotentemente verdi e fresche.
La tradizione invita ad infilare una “fronna”, tradotto: rametto, sopra l’orecchio, così i volti incorniciati delle foglie di Basilico sono segno di amore per il Patrono e il significato di questa sagra bisogna trovarlo addietro, nella storia del Santo, quando appena ritrovato il corpo dentro un’umida e buia grotta in tufo, gli scopritori delle spoglie del santo, e questo mi sembra avvenne nel medioevo, rimasero meravigliati da una piantina nata nel terriccio della grotta, sopra il defunto Emidio martire , lontano dal sole.
E inneggiarono al miracolo.
Altro odore della festa, si associa al rumore delle macchine tostatrici dei venditori ambulanti di noccioline americane, un ritmo di trattore che borbottava incessantemente tra le voci della gente, sotto luci scintillanti di precarie e numerose lampadine.
La busta di noccioline calde stava in maggior parte delle mani e l’odore del frutto tostato sovrastava pesante tutta la via in salita del ”Jolli” : itnerario di passeggio, dietro la grande Cattedrale, dove un fiume di gente deambulava in circolo lentamente come pellegrini intorno alla”Kaaba” alla Mecca.
Da lì e nei dintorni  si assisteva anche oggi al grande fuoco d’artificio, il rito dell’assistere allo “sparo”
Il suono ricorrente di tutta la festa era comunque uno, ripetuto ed ossessivo come un mantra musicale, un "gingle" della festa.
Generato da un personaggio che è entrato a far parte della tradizione ed era, perché so che è venuto a mancare da pochi anni, un uomo, piccolo di statura con dei baffetti e la somiglianza con Tiberio Murgia (un attore siciliano deli anni 60’).
Un napoletano verace, credo si chiamasse tipo: Gennaro Esposito, lui stesso mi disse di abitare nei vecchi quartieri spagnoli e che per tutto l’anno costruiva con le sue mani delle minuscole marionette a forma di cono bianco, il piccolo Pulcinella che ne spuntava era provvisto di una trombetta. Per la gioia dei bambini costruiva artigianalmente solo quel giocattolino che poi esportava da noi sotto la festa.
Anche lui diceva di essere devoto al santo lo si vedeva continuamente in giro per la città, dappertutto con la sua trombetta ossessiva: peppepeeee – peppepeeee – peppepeerepepeppepeeeee!
Così continuava fino a sera tutti i santi giorni festivi, fino a far sanguinare, complice dei suoi piccoli clienti, i timpani della gente.
La foto che segue è un meraviglioso ritratto fotografico del personaggio che ho appena descritto ed è stato l'occhio sensibile di Domenico Oddi, noto fotografo ascolano a coglierlo sapientemente.